L’umanità dei reportage di Giovanni Marrozzini

Eve_Wolayta

Un bianco & nero intenso, vivido e viscerale, che non risparmia niente e nessuno, che sa raccontare l’umanità dando forza alle emozioni, caratterizza lo sguardo che Giovanni Marrozzini rivolge al mondo intero, dai paesi più deboli e indifesi dell’Africa e dell’Argentina all’Italia degli ex pazienti manicomiali, 28 anni dopo la legge 180.

I suoi reportage documentano le attività umanitarie intraprese da organizzazioni nazionali e internazionali, puntano l’obiettivo sulla quotidianità delle fasce deboli della società Argentina, sugli effetti della malaria cerebrale in Etiopia, sulla condizione della donna etiope del Wolayta e sulla pratica dell’infibulazione, sul reinserimento in società di ex pazienti dei manicomi italiani, sulla comunità di non vedenti di Soddo, sul fenomeno migratorio marchigiano in Argentina, sullo stato di salute fisica e mentale della popolazione palestinese nella West Bank e nella striscia di Gaza.

Ogni viaggio, ogni reportage, ogni scatto, premiato da riconoscimenti, consacrato da libri fotografici e pubblicazioni, segna una tappa importante dell’evoluzione del linguaggio fotografico di questo freelance italiano non ancora quarantenne, che al momento è impegnato in Israele e nei Territori Palestinesi per conto delle Nazioni Unite, ma tra un viaggio e l’altro ha accettato di condividere con noi il suo punto di vista.

Giovanni al momento di cosa ti stai occupando?
Sto lavorando ad un progetto sulla salute mentale che mi vede impegnato su diversi fronti. Un progetto iniziato in Argentina nel 2005, quattro anni dopo la crisi del Corallito, proseguito in Etiopia e portato avanti durante tutto il 2008 in Israele e nei Territori Palestinesi.

Cosa ti ha portato in questi territori?
L’ONG internazionale Medicos del Mundo prima e le Nazioni Unite poi, mi hanno commissionato un lavoro sulla salute fisica e mentale della popolazione palestinese a seguito dell'embargo internazionale.

Hai realizzato molti reportage in giro per il mondo, qual’è il fattore determinante che ti fa scegliere una meta piuttosto di un’altra?

La possibilità di poter lavorare per lunghi periodi. Non mi sento un fotografo d'azione. Prediligo lavori a sfondo sociale. Più che alla fotografia in sé, mi piace pensare alla sua utilità. E l'utilità non può certo prescindere da una approfondita conoscenza della tematica e dal tempo quindi, che dedichi ad essa.

Con il tuo obiettivo hai affrontato tante tematiche scomode e difficili, come la condizione delle donne etiopi nel Wolayta e il delicato tema delle mutilazioni genitali femminili, dal quale è nato lo splendido libro EVE, edito da Damiani Editore nel 2006. Realtà difficili da guardare e mostrare. Hai sviluppato nel corso del tempo una sorta di stile d’approccio nei confronti di queste tematiche, come ti prepari per un nuovo viaggio, un nuovo lavoro, quanto lasci all’improvvisazione e quanto ad una sorta di rituale professionale?
In realtà quando devo affrontare un nuovo lavoro non mi "preparo", piuttosto mi "informo", leggendo libri o giornali. Questo stato di informazione solamente tecnica mi consente di non darmi un preconcetto e di lavorare liberamente. Spesso mi capita di studiare per mesi un argomento che poi andrò a sviluppare fotograficamente. Ho bisogno di capire, di vedere lavori già trattati da altri colleghi per andare sempre più a fondo di un argomento, che il più delle volte riserverà comunque sorprese e situazioni inaspettate. É difficile lavorare in questo settore se si è bloccati in preconcetti che potrebbero alterare la spinta creativa e coscienziosa di chi "sa bene" cosa sta fotografando.

Cosa cerchi nei tuoi soggetti, nelle tue fotografie e soprattutto cosa ci trovi?
Ho cercato per molto tempo di dimenticare alcune brutte esperienze che mi hanno profondamente segnato. Sono trascorsi 9 anni dal 4 ottobre 1999, data in cui ebbi un gravissimo incidente stradale che mi costrinse ad una immobilità prolungata di 8 mesi. Persi tutto. Affetti, lavoro, salute. C'è stato un momento in cui sembrava non potessi più camminare. Il dolore costante assieme ad una forte depressione mi svuotarono. Oggi il dolore è parte integrante della mia quotidianità. Se l'avere sofferto e il dover convivere con il dolore mi rendono più sensibile anche al dolore degli altri, non so. Però riconosco la stessa sofferenza dei miei momenti peggiori negli sguardi di molte persone che compaiono nelle foto che scatto: rivedo nei loro occhi le mie stesse paure e le mie stesse speranze.

Quali sono gli aspetti fondamentali del tuo lavoro?
Le emozioni che vivo quotidianamente, il mio vissuto, la grande voglia di raccontare e raccontarmi. Credo che la mia evoluzione come fotografo sia direttamente proporzionale alla mia crescita come uomo. Oggi quando fotografo mi sento realmente vivo e perfettamente consapevole. Mi spaventa l'indifferenza ed un uso in-conscienzioso della macchina fotografica.

Quali sono i punti fermi di questa vita che appare così nomade e avventurosa?
La mia vita non è poi così nomade, tanto meno avventurosa. Spesso le persone che non ti conoscono associano a chi fa questo mestiere falsi stereotipi. Durante i miei viaggi di lavoro vivo molta normalità. Ho due grossi punti fermi: la famiglia e l'indipendenza. Mi piace sentirmi libero nell'affrontare qualsiasi tipo di lavoro.

Cosa provi quando torni a casa dopo un lungo viaggio?
Ritrovo il piacere di vivere una sorta di quotidianità domestica, trascorro tantissimo tempo in casa a dormire, leggere e fare l'amore.

Cosa ti manca quando sei in viaggio?
La mia famiglia ed il mio cane.

Cosa porti sempre con te?
Un quaderno per gli appunti ed un registratore.

Facendo un passo indietro, quando ti sei accorto che la fotografia sarebbe stata la tua compagna di avventure ed anche una professione stimolante? Quando hai trasformato la tua passione per la fotografia in un lavoro?
Dopo l'incidente. Mia sorella (medico) facente parte di una Ong che opera in Africa, mi invitò a partecipare ad una delle loro spedizioni nel continente africano (Zambia) per documentare le attività umanitarie. Non era un lavoro su commissione, era solo una richiesta di collaborazione (volontariato). Dopo qualche perplessità accettai e feci la mia prima esperienza umanitaria.Questo mio primo "lavoro" mi legò profondamente a questa terra. Da allora ho iniziato a collaborare (gratis) per diverse associazioni umanitarie trovando nel contempo una vera utilità alla mia fotografia. Dopo qualche anno ho deciso di trasformare quello che fino ad allora era solo una passione, in una professione vera e propria. Ad oggi faccio molta fatica a separare le due cose.

Indipendentemente dal modo in cui ti percepiscono gli altri, cosa caratterizza davvero il tuo approccio fotografico, come e da cosa nasce?
Nasce dalla curiosità. Mi piace raccontare le storie della gente comune, il loro vissuto, soprattutto oggi ambisco a raccontare i loro sogni, interpretando le loro parole ed i loro sguardi. Mi piace rendere speciale ed unica questa apparente "normalità" presente in tutte le persone.

C’è una foto alla quale sei particolarmente legato?
Sì, una foto che non ho scattato ad un soldato. Ti allego la pagina del mio diario riferita a questo evento.
Palestina 09/05/08
anche questa sera ci sono i botti, stavolta per festeggiare i 60 anni dalla nascita di Israele....solo metà città partecipa a questo evento. Sono dentro alla mia casa, finestra aperta, non vedo nulla salvo percepire la bianca rampa di scale che arriva alla strada. Anche per uscire di casa debbo camminare in salita...gradino dopo gradino. La sera quando rientro, sono così stanco che non riesco nemmeno a godermi l'unica discesa della giornata. Apro le finestre e faccio entrare tutti i profumi: spezie,rosmarino, addirittura mi sembra di sentire odori che avevo dimenticato, odori tanto vicini alla mia infanzia che quasi mi commuovo.. Mi torna così in mente quel bellissimo romanzo di Patrick Suskind ( Il Profumo): colui che domina gli odori domina il cuore degli uomini....e mi sforzo di credergli. Domenica mattina torno ad Hebron (West Bank) dove ho due appuntamenti a casa di famiglie palestinesi che vivono a stretto contatto con i coloni israeliani....l'ultima volta che ci sono stato mi ricordo che a 30 metri di distanza, sopra al tetto di una casa, un soldato isreliano per vedere chi fossi mi ha tenuto il mirino del fucile puntato addosso per molto tempo......mi faceva paura anche il rumore sordo dell'otturatore, dal tanto che ero nervoso. Forse non sono lo stereotipo del fotoreporter senza paura, questa mi assale e mi scuote come un calzino, mi toglie le forze...continuo a scattare come per non pensare e mi accorgo che mentre scatto penso di più, allora trovo il coraggio di fermarmi, voltarmi e fissare il soldato, con la speranza di fargli abbassare l'arma e penso: chissà quanti anni ha, se è curioso di conoscermi o se è così concentrato nella sua "missione" che in quel preciso momento sono solo un bersaglio dentro al mirino, un bersaglio strano, senza identità, ne religiosa ne politica ma comunque in quel preciso momento il suo bersaglio.....mi faccio forza e lo saluto con la mano, incredibile! un ciao è bastato a fargli abbassare l'arma, senza rispondere al mio saluto ma....ha abbassato l'arma, io smetto di fare le foto...non avevo più voglia di "inquadrare nessuno"
.

C’è una foto o un reportage che ha cambiato il tuo modo di guardare il mondo e te stesso?
Questa è una bella domanda. Ti dico che ogni giorno guardo e cerco di studiare lavori realizzati da colleghi, una media di 1000 fotografie al giorno. Probabilmente il Mondo ed il mio modo di fotografare cambia quotidianamente e se così non fosse, a me piace pensarlo.

La cosa più bella del mondo da fotografare?
Un parto.

C’è qualcosa che non fotograferesti mai, per niente al mondo?
Un suicidio.

Quando rivedi le tue vecchie fotografie, cosa pensi?
Mi piace, sì, mi piace tantissimo rivedere le mie vecchie immagini. Ho sempre sostenuto che il mio grande desiderio è quello di invecchiare e raccontare ai miei nipoti tutte le storie che ho vissuto negli anni. Siccome ho il brutto presentimento di perdere la memoria, tutte quelle immagini saranno un rimando molto forte al mio vissuto.

C’è un’altra passione altrettanto forte nella tua vita?
Mi piacciono i cani.

Da fotografo cosa non puoi proprio fare a meno di portare sempre con te?
Personalmente, i miei antidolorifici. Spesso, a seguito del trauma ho dolori molto forti che da solo non riesco a lenire. Il dolore mi strazia e mi fa perdere la ragione.

Che mi dici della tua attrezzatura fotografica, in cosa consiste il tuo equipaggiamento standard?
Ho diverse macchine fotografiche, il più delle quali sono oggetti a cui sono solo affezionato. Normalmente viaggio con tre corpi macchina. Una digitale e due analogiche. Mi porto dietro un notebook, due Hard disk portatili ed un centinaio di rulli bianco e nero.

Come hai scelto la tua prima macchina fotografica?
La mia prima macchina fotografica è stata una Nikon Fm2. L'ho scelta perché è completamente meccanica, funziona senza pile e mi dava un gran senso di robustezza. É piccola, leggera ... insomma una buona compagna di viaggio.

Progetti futuri?
Continuare il mio lavoro sulla salute mentale. Adesso sono in procinto di andare nei Balcani dove penso di rimanere un paio di mesi, per poi ritornare in Palestina e terminare il mio lavoro su Gaza City.

Sogni nel cassetto?
Uno solo, essere un buon padre.

Come vivi la tua dimensione non solo professionale di fotografo italiano?
E' meglio non pensarci. Hai una domanda di riserva?

Hai qualche consiglio o dritta per un aspirante fotografo?
Ho sempre pensato che i sogni non sono nuvole da guardare in cielo, ma alberi da piantare in terra. Se il vostro albero è fare i fotografi, fate una buca profonda. Ci vuole passione (tanta) e talento (tanto). Senza una di queste due, è meglio far piantare l'albero ad un altro altrimenti si rischia di cadere dentro la propria buca. Se invece si ha passione e talento, allora non bisogna fermarsi mai e cercare di piantare un foresta...iniziando da alberi piccoli.

Grazie Giovanni per averci permesso di viaggiare un po’ attraverso i tuoi occhi e le tue fotografie. Ci auguriamo solo di ripetere presto l’esperienza, magari in occasione del prossimo reportage. Ora, visto che al momento il sito di Giovanni ha qualche problemino, vi lascio alla gallery di immagini dei suoi reportage che ha scelto per noi.

I reportage di Giovanni Marrozzini
Eve_Wolayta Eve_Wolayta_2 Eve_Wolayta_3
Falene_Soddo Falene_Soddo_la carezza Falene_Soddo_3
Fisenghe_Zambia Fisenghe_Zambia_2 Fisenghe_Zambia_3
Nelle tue mani_Etiopia Nelle tue mani_Etiopia_2 Nelle tue mani_Etiopia_3

  • shares
  • Mail
2 commenti Aggiorna
Ordina: