La sintesi della realtà di Sara Munari

Una piccola intervista per sbirciare dietro lo sguardo e l'obiettivo di Sara Munari, sensibile alle anomalie della normalità, la sintesi della fotografia e l'ironia del reale

Sara Munari è una giovane donna affascinata da quello che fa la differenza, che emerge dall’esplorazione continua di se stessa e di quello che la circonda. Il linguaggio fotografico l’accompagna in questo inarrestabile percorso formativo, come la macchina fotografica l’ha accompagnata in un lungo viaggio a piedi da Istambul a Bratislavia, passando per Belgrado, Sarajevo, Mostar, Split, Zagreb e Budapest.

Attraverso la gestione di uno studio fotografico, l’organizzazione di mostre, l’insegnamento di storia della fotografia, la direzione artistica di LeccoImmagiFestival, di uno spettacolo teatrale connesso alla fotografia e l’approccio a tecniche miste ed emulsioni, Sara Munari mette in campo il suo sguardo sensibile alle anomalie della normalità, che legge e traduce con un’elevata capacità di sintesi e talvolta quella vivace ironia che la contraddistingue anche quando si occupa di cose molto serie.

La sua è una ricerca che non risparmia nemmeno i sogni, quei sogni che ancora ad una realtà e ad un vissuto quotidiano che non smette mai di osservare, esplorare e sentire. Che condividiate o meno il mio bisogno di sbirciare nello sguardo e nelle fotografie di una giovane donna che probabilmente non smetterà mai di crescere, quello che vi propongo è il suo punto di vista, quindi rimanete con me.

Sara in considerazione delle numerose esperienze che hai maturato nonostante tu non abbia ancora vissuto i tuoi primi quarant’anni, com’è nata la passione per il linguaggio fotografico e il desiderio di utilizzarlo come mezzo d’espressione privilegiato?
Il linguaggio fotografico è notoriamente ambiguo. Della Fotografia, amo la capacità di sintesi e la presenza, talvolta poco tangibile, della realtà. Vorrei avere la capacità d’immobilizzare in quei brevissimi lassi temporali il mio punto di vista, questo esercita su di me un fascino inesauribile. Talvolta non ci riesco e nello stesso lasso di tempo, impreco! … ma come per lo scatto fotografico … dura poco.

Quando hai capito come usare le tue inclinazioni espressive e magari renderle anche qualcosa di più di una passione?
Quando ho capito che dipingere era più lungo e costoso.

Com’è andata la prima volta che hai preso una macchina fotografica in mano?
La macchina fotografica, come oggetto, mi ha sempre affascinata ma è solo dal 2000 che ho capito il significato di tutti i numerini sparsi su quella “scatola nera”.

Quali sono le tue migliori fonti d’ispirazione, qual è il tuo immaginario di riferimento?
Insegnando Storia della fotografia, non posso far altro che ispirarmi a grandi maestri che mi hanno preceduta. Ne amo molti, e di ognuno amo caratteristiche diverse. Ma più di tutto mi ispira la gente, quando in essa percepisco un qualsiasi atteggiamento che non corrisponda al senso della “normalità” comune alla massa.

Cosa cerchi nei tuoi soggetti, nelle tue fotografie e soprattutto cosa ci trovi?
Nei mie soggetti cerco “l’Anomalia” e trovo la mia anomalia.

Quanto il tuo linguaggio fotografico e fatto di quotidianità e quanto la tua quotidianità di linguaggio fotografico?
Tutta la mia fotografia è fatta di quotidianità e nella quotidianità, come ho detto, cerco quello che per me, fa la differenza.

Cosa ti ha spinto ad organizzare uno spettacolo teatrale interattivo come “ISTANTANEA-mente”, basato sui tuoi testi e fotografie?
La necessità di esprimere alla gente, attraverso la cornice del teatro, la modalità che si ha nella fotografia di ordinare i significati e le forme del mondo. Ho persino ricreato una camera oscura con numerosi fogli fotosensibili, sui quali la gente lasciava impressa l'impronta della propria mano, i fogli sono stati poi donati all’uscita agli stessi spettatori che spero abbiano così percepito questa magia legata alla luce

Dei tanti modi nei quali hai declinato la tua esplorazione del linguaggio fotografico, quale preferisci, quale ha lasciato un segno indelebile, ha modificato il tuo modo di entrare in relazione con la professione che ti sei scelta o forse ha scelto te?
Io sono una fotografa. Tutto il resto è una cornice per diffondere questo mezzo così sfruttato, ma poco rispettato e conosciuto.

Nel ventaglio dei tanti modi in cui ti dedichi alla fotografia, di che ruolo investi l’insegnamento?
Necessario, per capire con che occhi i giovani guardano il mondo. Irrinunciabile.

C’è una foto che ha cambiato il tuo modo di guardare il mondo e te stessa?

Tutta la serie di fotografie che ho intitolato Il salto. Sono fotografie scattate durante un viaggio da Istanbul a Bratislava. Tutte legate tra loro dall’ironia, cosa che vorrei mantenere (anche se non riesco) in tutti i miei lavori.

C’è una foto alla quale sei particolarmente legata?
Di quelle scattate da me, la foto che apre questa gallery, scattata in un museo dove un signore, parlando con un ragazzo più giovane, in una discussione che mi sembrava seria, si pianta una penna con una ventosa in centro alla fronte. La penna non è rimasta attaccata per più di 3 secondi. Io sono riuscita a scattare in quel breve frangente. Direi che l'istante decisivo di Henri Cartier Bresson (senza stupidi paragoni) trova in questa sintesi l’attimo culminante.

C’è qualche esperienza legata ad uno scatto particolare che vorresti raccontare?
Quando parli di esperienza mi viene in mente l’unica volta che mi hanno menata per una fotografia, in Turchia. Preferisco non raccontarlo, dico solo che scappando, mi sono girata e ho fatto un ritratto a quel fetente, che mi è servito per il riconoscimento successivo da parte della polizia.

Ad oggi hai scoperto qualcosa che proprio non ti va di fotografare o qualcosa che ami particolarmente continuare a fotografare?
Amo la gente ma odio le modelle e non è affatto perché sono alte, gnocche e hanno la quarta.

Quando rivedi le tue vecchie fotografie, cosa pensi?
Fotografo da talmente poco che le vecchie fotografie sono ancora “giovani”, tendenzialmente però, anche quelle del mese scorso, mi sembrano superflue.

Cos’è la fotografia per te?
La gastrite, il mal di piedi, un tonfo al cuore, la follia, la pazienza, tutte caratteristiche che sono legate anche all’amore, a parte il mal di piedi, a meno che io non mi metta con uno di Siracusa.

Da fotografa cosa non puoi proprio fare a meno di portare sempre con te?
La curiosità.

Che mi dici della tua attrezzatura fotografica?
Se c’è una cosa della quale m’importa proprio poco, è il mezzo tecnico. Una volta che ho un buon corpo (non intendo il mio ma il corpo macchina) e un buon obiettivo vado in culo al mondo. Sponsorizzatemi!?

Come hai scelto la tua prima macchina fotografica?
Era quella che costava meno, una Yashica FX 3 2000 con obiettivo 28mm Contax. Essenziale, ma fantastica per l’approccio che mi ha dato alla fotografia e che ho mantenuto fino ad oggi.

Progetti futuri?
Quest’anno mi pubblicano il primo libro come autore fotografico (pensa che non devo nemmeno pagare) e sto scrivendo il primo libro come autrice. Non dico niente per non portarmi sfiga.

Cosa c’era nel tuo cassetto dei sogni l’ultima volta che ci hai guardato?
• Un uomo (scherzo!! non troppo)
• Un biglietto open per un giro intorno al mondo.

Cosa vivi la tua dimensione non solo professionale di creativa e fotografa italiana?
Purtroppo in Italia, la situazione legata alla fotografia, è un po’ particolare. Ho l’impressione che si sia ancora poco considerati. Stando io, a cavallo tra il settore culturale, quello artistico e con un alluce nel commerciale, devo scendere spesso a compromessi che non mi permettono di dedicare le mie energie ad una cosa sola. Forse, quando avrò deciso a cosa rinunciare, tutto mi sembrerà più semplice.

Hai qualche consiglio o dritta per un’aspirante fotografo?
Si, se scopre che ha talento, deve perseverare, tanto tanto tanto! Se scopre che non ha talento, che si prostituisca! ;-)

Sara mi dispiace salutarti, spero che chi è rimasto con noi si sia divertito quanto me e mi auguro di avere spesso l’occasione di incrociare sguardi come il tuo. Se ti va puoi chiudere l’intervista con un saluto.

Saluto mia mamma, mio papà, mio nipote e mia sorella…. Ciao ZIO!

Foto | Courtesy Sara Munari

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