Lezioni di fotografia, gamma tonale e la latitudine di posa

Che la fotografia dovesse testimoniare fedelmente la realtà è una falsa imposizione non solo superata, ma sopratutto basata su di una contraddizione, insita nella natura stessa del meccanismo fotografico, ineffabilmente perfetto a occhio nudo.

gamma tonale latitudine di posa

Con ciò non è mia intenzione sbeffeggiare chi della fotografia “reale” ne ha fatto un vessillo. Il mio è solo un espediente per introdurre un argomento che trovo molto affascinante e indissolubile dal discorso già inziato circa l'esposizione.

La sensazione che i nostri occhi vedano oltre, più della realtà, è puramente soggettiva. Non lo è la certezza che la maggior parte degli sguardi siano in grado di registrare una gamma tonale molto ampia, cosa che non vale per le pellicole e sensori. La contraddizione insita del supporto fotografico è quindi che in condizioni di alto contrasto le aree più chiare non vengono distinte da quelle più scure, con il risultato di ombre intense e bianchi bruciati.

Come per tutte le imperfezioni, esiste però un margine di errore dell'elemento sensibile, un intervallo entro il quale non è possibile sbagliare i rapporti tonali, detto latitudine di posa. Maggiore sarà la latitudine della pellicola o sensore, maggiore sarà la capacità di riproduzione di immagini discrete.

Il fotografo più attento dovrà certamente tenere conto di questo margine di errore, e scegliere anche di conseguenza quale supporto utilizzare. Ad esempio le diapositive avranno una latitudine di posa minore rispetto alle pellicole e ai sensori, tra loro teoricamente equivalenti.

Tuttavia nel digitale c'è un modo di aumentare il rapporto tra la luce più forte e quella più debole catturabile, ovvero di operare sulla gamma dinamica dell'immagine. Il metodo è totalmente esperenziale ed empirico, eppure sfido i veri esperti, quale io non sono, a denigrarlo. Tutto sta nel sovraesporre leggermente la scena in condizioni in cui c'è la necessità di non perdere particolari nelle zone d'ombra, evitando però non saturare la luci alte. Dopo aver scattato sarà necessario verificare l'istogramma: se avremo una linea verticale che sale fino in cima del grafico sulla destra, avremo delle luci bruciate.

Sfruttare quindi la possibilità di scattare un'altra foto identica leggermente in sottoesposizione per correggere le luci bruciate, è si capisce una peculiarità tutta digitale. La parte destra quindi del nostro istogramma ci è di aiuto in quanto suggerisce che è in questa porzione di grafico che dovrà essere conteuta la maggior parte dell'informazione.

Piuttosto che sottoesporre in fase di ripresa al fine di evitare di bucare le luci, come accade per le diapositive, in fase di elaborazione del RAW si andrà a diminuire il valore dell'esposizione al fine di ottenere una gamma tonale più ampia.

Verificarlo è davvero molto semplice, basti scattare due foto identiche, una sottoesposta e l'altra sovraesposta nella parte destra dell'istogramma. Lavorando poi entrambe le foto in post, la prima aumentandone l'esposizione, la seconda diminuendola, noteremo la differenza tra i due istogrammi, il primo con base visibilmente più stretta, il secondo di conseguenza con una base più larga e quindi una gamma più estesa. E' come se venisse applicato nel digitale il sistema a zone tonale di Ansel Adams, di sicuro molto più complesso a spiegarsi.

Tuttavia esistono molte condizioni in cui avere delle luci bruciate è fondamentale per la nostra composizione, come fotografando una fonte di luce di notte o volendo rendere il senso del sole accecante. La perdita di dettagli è certamente fastidiosa, ma è fondamentale sapere che ci sono condizioni in cui la gamma dinamica disponibile è più che sufficiente a riprodurre la nostra realtà non oggettiva.

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