Irnerio 23. Una casa per la fotografia e per Marco Marchese

The (un)funny side of young Adolf

Marco Marchese è giovane, vive lontano da casa, usa la macchina fotografia da poco tempo ma ha già trovato nella fotografia un modo per sentirsi a casa e una casa per le sue fotografie. La casa è Irnerio 23 e Marco è uno dei responsabili del progetto che, con una cadenza ricorrente ogni 23 del mese, si prefigge di offrire spazio e visibilità, confronto e supporto a fotografi emergenti.

Un progetto semplice ed efficace e per questo ancora più interessante, determinato dall’entusiasmo e dalla volontà, inaugurato lo scorso 23 ottobre con la mostra di due amici, Daniele De Vitis e lo stesso Marco Marchese.

Quello che mi piace del linguaggio fotografico di Marco Marchese sta tutto nell’immagine che apre la gallery, The (un)funny side of young Adolf. Sta in quello che Marco cerca davanti all’obiettivo e quello che lascia vedere, in quello che sparisce nell’ombra e possiamo solo immaginare, nel ringhio emesso dagli occhi e non dalla bocca. Sta in quel naso rosso da pagliaccio che non maschera le emozioni, in quel bianco e nero che le tradisce.

Marco sarà anche giovane, sta ancora sperimentando con se stesso e il suo obiettivo, ma l’esordio promettente mi ha spinto a curiosare in quello sguardo rivolto più alle emozione che alle forme, più all’atmosfera che ai panorami e quella che segue è la nostra chiacchierata.

Marco Marchese Gallery
Self... Repetition #3 A Coffee... Shop Parabola

In considerazione del tuo coinvolgimento con il progetto bolognese di Irnerio 23, mi piacerebbe sapere qualcosa di più di questa iniziativa più unica che rara per il panorama italiano. Come nasce e soprattutto cosa la caratterizza?
Irnerio23 è un progetto nato quasi per caso. Mesi fa, si parla di Giugno 2008, discutevo con un mio amico (che è anche uno degli inquilini dell’appartamento di via Irnerio) di un progetto chiamato Case Aperte, che si occupa di esposizioni d’arte in case private. L’idea ci è sembrata molto interessante, almeno come punto di partenza, per elaborare la nostra. Essendo noi appassionati di fotografia abbiamo pensato che un progetto simile applicato all’arte fotografica potesse funzionare, proprio per quel suo proporre qualcosa di nuovo. Così, a partire da Settembre, con l’aiuto di altri tre nostri amici, ci siamo messi a lavorare seriamente per organizzare la prima mostra nell’appartamento di via Irnerio, che ha visto esporre me e un mio caro amico, Daniele De Vitis. Da allora abbiamo deciso di farlo ogni 23 del mese, con due nuovi fotografi. Quando inizi un progetto del genere la cosa più difficile è farti conoscere e in questo il concetto di “appuntamento fisso”, ci ha indubbiamente aiutato. Sin dall’inizio abbiamo stabilito che tutte le esposizioni sarebbero state gratuite e accompagnate da un aperitivo, anch’esso gratuito. Questo perché siamo convinti che una situazione del genere, dove fotografi e appassionati di fotografia possano confrontarsi, debba essere rigorosamente gratuita. Penso ci sia un po’ troppa cultura elitaria nel nostro paese.

In che modo selezionate i fotografi che espongono ad Irnerio 23? Cosa guida le vostre scelte stilistiche in ogni nuova esplorazione estetica e concettuale? Ancora, in quale direzione vi piace spingervi?
Domanda molto interessante. Devo dire che la ricerca dei fotografi finora è stata sempre piuttosto istintiva. Siamo in cinque a decidere di volta in volta chi far esporre. A parte il lavoro di ricerca che quotidianamente facciamo per “scovare” nuovi fotografi, abbiamo ogni mese numerose proposte di persone che sono interessate ad esporre e ci inviano i loro lavori tramite il nostro blog. Il nostro è sempre e comunque un lavoro di gruppo, dove tutte le opinioni vengono ascoltate e hanno pari valore e di conseguenza le scelte che ne conseguono sono un prodotto di questo dialogo. Questo però non rende meno spontanea la cosa. Non è mai capitato che ci trovassimo in disaccordo su chi far esporre. In genere, decidiamo combinando per quanto possibile lo stile dei due fotografi, in modo da avere un’esposizione il più possibile uniforme, almeno come tematica. Per quanto riguarda il futuro, ancora non sappiamo cosa aspettarci. Nell’immediato abbiamo in mente, per la chiusura della stagione, una mostra permanente che coinvolgerà tutti i fotografi che hanno esposto sinora da noi e che si terrà, salvo imprevisti, a Villa Angeletti, nella seconda metà Giugno. Per l’anno prossimo l’idea è quella di continuare le esposizioni a via Irnerio e parallelamente creare una sorta di “etichetta fotografica”, un tramite tra i fotografi e chi possiede gli spazi espositivi. Spesso la cosa più difficile per un artista è fare arrivare al pubblico il proprio lavoro.

Irnerio 23 è un progetto interessante ma direi che ancora più interessante e chi c’è dietro ad un progetto del genere, quindi ritengo utile e stimolante virare su 'Marco Marchese fotografo' e su quelle inclinazioni espressive che ne hanno sicuramente decretato il coinvolgimento in un contesto del genere. Ti va di parlarci un po’ degli albori della tua passione-professione, del modo in cui ha accompagnato, conciliato e/o condizionato, sconvolto le tue scelte individuali-emotive-professionali? Come usi, esplori e vivi il linguaggio fotografico?
La fotografia è stata sempre una delle mie più grandi passioni, sin da quando ero ragazzino, ma posso dire di aver cominciato a fotografare “seriamente” da circa un anno e mezzo. All’inizio, come tutti credo, non ho mai pensato che sarebbe potuto diventare un lavoro e tuttora considero la fotografia come un linguaggio, uno dei tanti, col quale esprimere le mie idee, piuttosto che come una vera e propria professione. Anche se, a dire il vero, una piccola esperienza lavorativa l’ho avuta, scattando recentemente le foto per la copertina e il booklet di Kalafi, un musicista reggae calabrese. Devo dire che è stata un’esperienza molto interessante e formativa, soprattutto perché non mi era mai capitato di scattare delle fotografie senza curarne personalmente il concept. La difficoltà perciò è stata quella di coniugare il mio linguaggio con le esigenze commerciali e di immagine che un lavoro del genere comporta. Questo perché la maggior parte delle mie foto partono dalla realtà, dalla vita tutti i giorni, lasciandomi influenzare nel bene e nel male da quello che mi circonda; da qui, poi, le idee vengono quasi da sole. La sfida diventa quindi tradurre queste idee nel mio linguaggio fotografico, che tento di adattare, di volta in volta, al concetto che voglio esprimere.

Inside Marilyn Three Times Empathy Morning after sex

Cos’è la fotografia per te e soprattutto cosa non sarà mai?
Innanzitutto è un piacevole hobby. Come ho detto prima, mi permette di esprimere quello che ho in mente, divertendomi, il che non guasta. Credo sia molto importante, per chiunque, avere un canale dove poter convogliare e far emergere le proprie idee. Un pensiero può anche rimanere tale, privato, nostro, ma trovo sia bello condividerlo. Ho parlato spesso con altri fotografi in passato, su quale fosse il loro concetto di fotografia e nella maggior parte dei casi ci siamo trovati d’accordo proprio sull’importanza delle idee, piuttosto che della tecnica. Quello che conta è avere un messaggio, la fotografia è il mezzo che mi permette di esprimerlo. Dubito che la fotografia sarà mai qualcosa che farò controvoglia, considerandola un dovere anziché un piacere.

Cosa cerchi nei tuoi soggetti, nelle tue fotografie e soprattutto cosa ci trovi?

Quando mi capita di lavorare con modelli o modelle, in genere si tratta sempre di persone che conosco bene, questo facilita molto la ricerca dell’inquadratura e della posa migliore. Il ritratto ti permette infinite possibilità, come infiniti sono i modi di sfruttarle. Quando scatto una fotografia a qualcuno e la mia intenzione è quella di fargli esprimere un messaggio, che sia passione, amore, ironia, rabbia, penso sia fondamentale la cura dei dettagli, sia ambientali che espressivi. Credo sia molto facile andare fuori tema in questo campo, allontanandosi molto da quella che era l’idea iniziale. Il che non è necessariamente un male se non si è interessati ad una interpretazione rigida e rigorosa. La foto deve suggerire il messaggio, ma è poi l’osservatore che deve coglierlo e interpretarlo a suo modo. È ovvio che io trovi nelle mie fotografie più di quanto può trovarci chiunque altro, perché sono tutte prodotto di una riflessione mia, di un mio modo di vedere le cose. La ricerca consiste nel trovare il modo migliore per condividerlo senza far perdere di potenza il messaggio.

Che succede quando il soggetto sei tu?
In questo caso è diverso. Quando scatto un autoritratto, alla base c’è sempre una ricerca su me stesso, che non rende necessariamente tutto più facile. Ovviamente il fatto che fotografo e modello coincidano rende più immediati certi meccanismi, come la ricerca dell’inquadratura, della posa e dell’espressione del soggetto. La difficoltà, può sembrare banale, sta nel fatto che “non ci si vede” e che di solito si è sempre più severi con se stessi che con gli altri. Quando faccio un autoritratto sono portato a fare decine di scatti, prima di essere veramente soddisfatto del risultato, tanto non c’è pericolo che il modello si spazientisca. Non so mai quale scatto scegliere e se il risultato sarà buono o meno prima del lavoro di postproduzione, che ritengo molto importante anche se spesso è denigrato e sottovalutato. Alla fine la scelta si riduce a tre o quattro scatti, dai quali traggo quello che si avvicina di più all’idea iniziale che volevo esprimere.

Quali sono le tue migliori fonti d’ispirazione, qual è il tuo immaginario di riferimento?
Sicuramente la musica e i libri. Ascoltando musica praticamente ogni momento della giornata, credo sia normale essere influenzati da quello che si ascolta e tentare di materializzarlo, renderlo vivo attraverso le foto. Anche i libri hanno un ruolo molto importante per l'ispirazione. Anch’essi, come la musica, sono storie senza immagini, ma hanno una grandissima capacità di crearne nella testa di chi legge. Le immagini che decido di rappresentare sono poi quelle che sento più affini al mio modo di pensare o che in qualche modo mi hanno affascinato. Come la vita di tutti i giorni, 'quella non la batte nessuno'.

My thoughts are creeping La Cena Degli Ignoti - Vag 61 What\'s coming through is alive

C’è una foto che ha cambiato il tuo modo di guardare il mondo e te stesso?
Sì, c’è stata una volta in cui scattare fotografie ha rappresentato più del semplice scatto in sé. È stato in occasione della partecipazione al concorso “Diversamente amAbili”, bandito dall’Associazione ARC di Cagliari. La tematica del concorso riguardava la difesa dei diritti della comunità GLBT (gay, lesbo, bisex, transgender) e, non ritenendomi capace di affrontare la tematica dal punto di vista maschile, ho deciso di esplorarla dal punto di vista femminile. Ho quindi chiesto a due mie carissime amiche di aiutarmi a fare queste foto di nudo, nelle quali potesse trasparire la dolcezza, ma anche l’ironia, con le quali due persone omosessuali vivono il loro rapporto. Il risultato furono due foto alle quali tengo molto: Morning after sex, che ha poi vinto il concorso, ed Empathy. Sono molto affezionato a questi scatti proprio perché mi ricordano le occasioni in cui sono stati prodotti e l’atmosfera di assoluta tranquillità priva di imbarazzo che regnava. Sapevamo tutti e tre che eravamo lì solo per fare foto e quel po’ di impaccio iniziale sparì quasi subito. Da allora ho un approccio decisamente diverso con le foto di nudo. Prima mi sentivo sempre un po’ frenato nel chiedere a qualcuno di spogliarsi per delle foto, ma mi sono accorto che, avendo la conoscenza e la confidenza giuste, si può lavorare molto bene e senza vergognarsi di mostrare il proprio corpo.

Quanto il tuo linguaggio fotografico è fatto di quotidianità e quanto la tua quotidianità di linguaggio fotografico?
A me viene naturale, quasi ovvio, prendere spunto dalla quotidianità per i miei scatti, come ho già detto, la vita di tutti i giorni non la batte nessuno quando si tratta di regalare nuovi spunti, nuovi e diversi modi di guardare la stessa cosa. Capita anche che lo stesso soggetto o il messaggio appaiano diversi se fotografati in momenti diversi. Naturalmente parlo sempre di modelli non professionisti, nei quali la componente emotiva è molto forte e interviene spesso in modo deciso nello scatto. Mi è capitato più di una volta di abbandonare interi set, perché dalle foto intuivo che quella non era la giornata giusta e che quindi non avevo lavorato bene.

Com’è andata la prima volta che hai preso una macchina fotografica in mano?
Ero molto piccolo, ricordo poco di quel momento, se non la piacevole sensazione di tenere in mano un oggetto “da grandi”. Invece ricordo bene quello che è successo quando ho iniziato ad usare la mia prima reflex, circa un anno fa. In passato mi era capitato di provarne qualcuna ma sempre per poco tempo e sotto la supervisione del proprietario. Quando ebbi la mia, le prime 200 foto furono una continua delusione. Non avevo idea di come funzionasse quel marchingegno, mi sembrava complicatissimo. Poi, con la pratica (qualcosa come 5000 scatti) e lo studio sono riuscito a usare la mia macchina come volevo io.

Come hai scelto la tua prima macchina fotografica?
La fotografia è una passione decisamente costosa. Mentirei se dicessi di non aver badato a spese. Essendo uno studente, quando decisi di comprare la mia prima reflex mi orientai subito verso un buon compromesso qualità-prezzo, che non è sempre facile da trovare. Così risparmiai soldi per mesi e finalmente nel Giugno del 2008 riuscii a comprarla. Ho scelto una Canon perché, avendo provato diverse marche, quella mi sembrava la più completa e facile da usare. Durante l’ultimo anno mi ha seguito passo passo, ovunque andassi e questo mi ha dato conferma delle impressioni iniziali.

Quando rivedi le tue vecchie fotografie, cosa pensi? Hai mai la tentazione di rimetterci mano?
Il più delle volte penso: “oddio, l’ho fatto io questo?”. Mi capita di non riconoscere i miei lavori passati, ma credo sia più una questione di testa che di tecnica. Difficilmente mi rimetto a lavorare su scatti passati e non perché non mi piacciano, ma perché con le mie foto il ragionamento è perlopiù “quel che è fatto è fatto”. Credo sia molto più interessante e formativo guardare avanti, allo scatto che devo ancora fare, piuttosto che incaponirsi con vecchi lavori.

Da fotografo cosa non puoi proprio fare a meno di portare sempre con te?
Le sigarette. Fumo molto mentre scatto, mi aiuta a concentrarmi.

Che mi dici della tua attrezzatura, in cosa consiste il tuo equipaggiamento standard?
Io uso una Canon EOS 350D, una reflex digitale piuttosto economica, equipaggiata con un obiettivo standard (18-55 mm f/3.5-5.6) e un’ottica fissa 50 mm f/1.8, regalatami da un’amica. Come attrezzatura è abbastanza scarsa, ma per ora non posso lamentarmi, visto che bene o male riesco a fare quasi tutto quello che mi viene in mente. Come ho detto prima, quando l’idea è buona, spesso la tecnica passa in secondo piano. Per il lavoro di post produzione uso Photoshop CS3, ma sempre e comunque con moderazione, per non snaturare lo scatto originale.

Progetti futuri?

Spero di poter fotografare ancora per molto tempo. Ho da poco cominciato ad accettare piccoli lavori su commissione, ma attualmente i miei progetti fotografici vivono un po’ alla giornata. Non passa mai molto tempo dal momento in cui ho un’idea a quello in cui la realizzo. Ultimamente poi, sono molto impegnato col progetto Irnerio23, al quale tengo molto e che mi sta regalando tante soddisfazioni. Ovviamente la speranza è che continui anche negli anni a venire.

Cosa c’era nel tuo cassetto dei sogni l’ultima volta che ci hai guardato?
C’era solo polvere. I sogni cerco di tirarli fuori.

Hai qualche consiglio o dritta per un aspirante fotografo?
Io sono un aspirante fotografo. Qualche consiglio?

Il tempo è agli sgoccioli, buono per un saluto e un in bocca al lupo sentito, ma speriamo di avere presto occasione di tornare a fare due chiacchiere con Marco.

Reno B&W Paris, Dans le musée du Louvre The (un)funny side of young Adolf

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