"Aboliamo il World Press Photo": l'appello di De Bonis di Punto di Svista


Il World Press Photo scatena sempre molte polemiche,ogni anno le foto diventano sempre più crude e spettacolari e si perde il senso di quello che dovrebbe essere un premio che racconta la realtà di quello che accade nel mondo. Il World Press Photo è una organizzazione no-profit che ogni anno organizza il più importante concorso di fotogiornalismo mondiale.

Proprio qualche giorno fa vi abbiamo mostrato il vincitore del World Press Photo of the Year 2013 che è il fotografo svedese Paul Hansen. La sua fotografia ha suscitato non poche polemiche, ritrae due bambini morti, avvolti in un lenzuolo bianco, in braccio a degli uomini palestinesi che portano le spoglie alla moschea per celebrare il funerale. Oltre alla scena ritratta, che è un esempio di come ormai si è anestetizzati al dolore e tutto venga “smaltito” facilmente, quello che ha fatto discutere è l’eccessivo uso della post produzione, le luci pittoriche e ben orchestrate per rendere etereo ciò che di etereo non ha proprio niente. L’autore ha detto al New York Times

“Per un attimo la luce è rimbalzata sui muri della stradina".


Il giornalista e critico fotografico Maurizio G. De Bonis nel suo sito Punti di Svista fa qualche riflessione e avvalla anche l’ipotesi di abolire il concorso, almeno per qualche anno. Io personalmente mi chiedo qual è il senso di tutta questa spettacolarizzazione del dolore? Dove sono i limiti? Dov’è l’utilità? Immagini così violente e crude, dove vengono ripresi uomini privati di ogni dignità, torturati, percossi e spesso già morti, che fanno il giro del mondo, che senso possono avere oggi?

Quel che più stona è il bisogno di trasformare una tragedia in un’opera pittorica in stile Caravaggio,con la luce che entra da chissà dove, e ce ne sono parecchie foto di questo tipo. Ne hanno parlato anche Michele Smargiassi e Pietro Masturzo qui e qui. La frase che meglio interpreta questa polemica, a mio parere, l’ha detta proprio Smargiassi

“Continuo però a pensare che i modi del racconto non siano indifferenti al messaggio che viene trasmesso, penso che lo stile sia inevitabile ma che un eccesso di stilizzazione nuoccia alla onestà del lavoro del fotogiornalista”.

Voi che ne pensate?

Foto|Repubblica

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