Le storie di sempre nell’obiettivo di Massimo Siragusa

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Saper guardare la realtà da tanti punti di vista e mostrarla adeguando stile, atmosfera e prospettiva alla situazione del momento, sono le caratteristiche che rendono il linguaggio fotografico di Massimo Siragusa, eclettico, ogni volta singolare e perfetto per raccontare le storie di sempre in modo sorprendente.

Con l’agenzia Contrasto dal 1989, Massimo Siragusa ha realizzato tanti reportage mettendo a fuoco altrettanti punti di vista sulle piccole realtà quotidiane… È sceso in miniera, ha seguito il ventre metallico di una fabbrica e i ballerini di valzer, le processioni religiose e le corride, ha evocato la magia del circo e il bisogno di miracoli, i colori delle feste religiose e i sapori di una mattanza…

Massimo Siragusa ha raccontato l’Italia dei bisogni e quella del tempo libero con uno spirito ludico che fa riflettere su cose serie, ha esaltato il lato oscuro e meno piacevole di certe realtà e dinamiche azzerando le ombre con la luce e il colore, mostrato come le cose peggiori accadono sotto il sole e gli occhi di tutti e non necessitano dei favori dell’oscurità per proliferare, perseverare.

Massimo Siragusa Gallery
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Campagne pubblicitarie, reportage, tante pubblicazioni, i premi, le mostre e l’insegnamento lasciano poco tempo libero a Massimo Siragusa, ma non intaccano minimamente la sua voglia di esplorare, sperimentare, crescere e confrontarsi e per questo oggi è qui con noi.

Fanatismi religiosi e bisogno di miracoli, atmosfere vacanziere che giocano con gli stereotipi del tempo “libero”, parchi giochi così vicini eppure così lontani dalla realtà, balli a metà strada tra Cenerentola e Shining, mentre la magia del circo si consuma nell’ombra e quella del luna park in una luce abbacinante … C’è un filo conduttore nel tuo linguaggio fotografico così eclettico e incline alla sperimentazione?
Forse il filo conduttore è proprio il mio essere “incline alla sperimentazione”. Assecondando le varie fasi della mia vita, i miei stati d’animo e, non ultimo, facendomi guidare dalle atmosfere della realtà che volevo conoscere e fotografare, ho scelto tecniche e approcci di volta in volta differenti.

Cosa guida le tue scelte in ogni nuova esplorazione estetica e concettuale? Ancora, in quale direzione ti piace spingerti?
In linea di massima, è proprio “l’anima del soggetto” a guidarmi. Dietro ogni storia, ogni luogo, credo si nasconda una sorta di essenza, di elemento che lo caratterizza, che lo rende unico. Ecco, quando credo di avere individuato questo elemento, questa essenza, provo a farli uscire fuori scegliendo la strada che mi sembra più appropriata.

Quali sono le tue migliori fonti d’ispirazione, qual è il tuo immaginario di riferimento?
Guardo molto gli altri fotografi, soprattutto la fotografia del nord Europa. Il mio maggiore punto di riferimento è però Ghirri. Nella pittura, invece, amo la resa prospettica adottata nel ‘700.

In che modo i progetti si dispiegano davanti al tuo sguardo? Quando scatti una foto hai già in testa quello che diventerà, oppure ogni volta è un viaggio esplorativo in un mare di potenzialità?
Quando inizio un nuovo progetto so già cosa voglio ottenere e dove voglio arrivare. Riesco già quasi ad immaginare le foto che otterrò. Ciò non significa, però, che il caso, le potenzialità del soggetto, gli imprevisti, non diano un contributo importante. In genere, comunque, parto solo dopo essermi documentato molto.

Dopo aver vinto il World Press Photo nel 1997 con "Bisogno di un Miracolo", nel 1999 con "Il Cerchio Magico", nel 2008 con il reportage sul "Tempo Libero", ti sei aggiudicato anche quello della sezione Storie d’attualità di questa edizione 2009 con il reportage sulle baraccopoli di Messina “Fondo Fucile”. Un punto di vista interessante sulle realtà complesse, controverse e anche scomode d’Italia. Un modo inusuale di raccontare il disagio e le macerie abitate di ‘favelas’ tutte italiane, senza epurarlo di sfumature d’intensa vitalità. Cosa ti ha colpito di questa realtà e spinto a raccontarla in questo modo?
Fondo fucile è una realtà molto complessa, di grande disagio economico e sociale. Molte delle 600 persone che abitano questa “favela” italiana sono afflitte da problemi di salute, soprattutto respiratori, per la presenza di amianto nei tetti e di umidità. Non esistono fogne. Padri madri e figli vivono spesso in una sola stanza, alle volte dividono lo stesso letto. Nonostante diversi interventi delle asl e dei vigili del fuoco che ne hanno dichiarato lo stato di inagibilità, nessuno è riuscito, in oltre 30 anni, a risolvere il problema. Nel fotografare Fondo Fucile ho voluto che le baracche diventassero le protagoniste. Ho voluto raccontare le persone che ci vivono, attraverso gli oggetti e gli ambienti.

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Il tuo obiettivo ha inquadrato situazioni e personaggi tanto diversi quanto lo sono le realtà alle quali appartengono, dalle miniere alle fabbriche, dalle processioni religiose alle battute di pesca, giocato con simboli e stereotipi, mostrato colori e sfumature di un Italia tanto ricca anche quando è povera … Cosa ti spinge a scegliere cosa fotografare e come?
È la curiosità a spingermi verso nuove ricerche. La necessità di conoscere realtà nuove, di scoprire diverse sfaccettature della vita, di avvicinarmi a luoghi e persone distanti da me. Molto dipende anche dallo stato emotivo in cui mi trovo in un determinato momento, che condiziona le scelte degli argomenti da affrontare. Solo pochissimo è il frutto di richieste da parte dei giornali.

Volgendo uno sguardo al passato, quali sono state le esperienze che hanno avuto un peso rilevante per il modo nel quale oggi guardi il mondo e sicuramente anche te stesso?
Tutte le esperienze fatte, in oltre venti anni di carriera, sono state importanti. Forse, però, gli anni trascorsi a raccontare una parte della storia di Giovanni Paolo II mi hanno segnato particolarmente.

C’è una foto o una serie di foto alla quale sei particolarmente legato?
La serie sul Tempo Libero. Ha segnato una svolta determinante nel mio modo di guardare e nella mia vita personale.

Com’è andata la prima volta che hai preso una macchina fotografica in mano?
La mia prima “vera” macchina fotografica è stata una Canon FTb usata, che ho ricevuto in regalo dai miei genitori dopo il diploma scientifico. Le prime foto erano inutili e terribili.

Da siciliano che ha lasciato la Sicilia per vivere altrove anche se ci torna di sovente, della Sicilia cosa lasci e cosa porti sempre con te? Quanto i colori e le sfumature della Sicilia influenzano il tuo modo così particolare di usare la luce, calibrare i colori, guardare l’Italia e la realtà?
Una cultura così complessa come quella siciliana, le sue atmosfere, i colori, i suoni, gli odori, non possono mai essere dimenticati. Li porto sempre con me. Spesso li cerco altrove durante i miei viaggi. Ma, da siciliano, sono assolutamente convinto che sia molto meglio soffrire di nostalgia stando lontano da una terra così affascinante e complessa, piuttosto che subire la sensazione d’impotenza e soffocamento che nasce quando ne vivi la realtà quotidiana.

La straordinaria complessità del rapporto che abbiamo con le immagini spinge qualcuno ad usare la fotografia come memoria ausiliaria per immagazzinare quello che la mente tende a cancellare, qualcuno colleziona emozioni per riviverle ogni volta in modo diverso, altri cercano un modo per guardare e guardarsi da un punto di vista diverso. Nel tuo caso, cosa succede quando guardi le tue fotografie?

Ho scelto di fare il fotografo per esprimermi. Provo a mettermi in discussione; provo a buttare giù pregiudizi e convincimenti personali; esorcizzo paure. La prima visione delle foto dopo lo scatto, il momento dell’editing, è particolarmente delicato. Non solo per la verifica della qualità del lavoro, ma soprattutto perché in quel momento scopro se sono riuscito ad arrivare alla meta per la via che mi ero prefisso, oppure, al contrario, ho raggiunto il traguardo solo grazie ad una serie di trucchi e di strade traverse.

Da fotografo, quali sono le cose essenziali o che ritieni comunque più importanti della tua professione? Quali gli elementi importanti per rendere questa passione e/o inclinazione una professione?

Il primo elemento che mi viene in mente è la curiosità. Curiosità per la vita, per le persone, per quello che non si conosce. E poi la capacità di essere in empatia con gli altri, la capacità di saper ascoltare. Ma anche la voglia di crescere, di non sentirsi mai arrivato, di saper perdere.

In proposito, facendo un piccolo passo indietro, quando hai cominciato a pensare alla fotografia come linguaggio privilegiato per le tue inclinazioni espressive e magari anche qualcosa di più di una passione?
Al secondo o terzo anno di università, ho cominciato ad immaginare di poter fare il fotografo, piuttosto che il giornalista.

Da fotografo cosa non puoi proprio fare a meno di portare sempre con te?
Sono un po’ come una lumaca: mi piace portarmi sempre la casa appresso. Ho una valigia piena di cose da cui non mi separo anche quando non viaggio x fare le foto. L’elenco, temo, sarebbe tropo lungo da fare….

Che mi dici della tua attrezzatura fotografica, in cosa consiste il tuo equipaggiamento standard e come l’hai scelto?
Uso il banco ottico. Ne ho due: una linhof e una ebony. Dall’inizio dell’anno ho comprato un dorso phase one che applico dietro ad una silvestri bicam o ad una mamiya/phase one.

Cosa ti impegna al momento?
Ho vari progetti su cui sto lavorando. In più, ho appena finito di ristrutturare un nuovo studio a cui devo dedicare molte energie.

Progetti e obiettivi per il futuro?
Sempre molti. Ma non amo parlare di cose che non ho ancora realizzato.

Cosa c’era nel tuo cassetto dei sogni l’ultima volta che ci hai guardato?
Ho sempre un sogno da voler realizzare. Ma i desideri non si raccontano, se no non si avverano.

Quale consiglio dispenseresti ad un giovane fotografo o aspirante tale?
Studiare e leggere molto. Avere una sufficiente dose di modestia, e molta fortuna.

Ringraziando Massimo Siragusa per il tempo che ci ha dedicato, lo saluto augurandomi di avere presto il piacere di imbattermi in un suo nuovo e stimolante punto di vista.

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