Mario Dondero, l'intervista ad una delle più importanti figure del fotogiornalismo italiano

Ho intervistato Mario Dondero, una delle figure più importanti del fotogiornalismo italiano

Mario Dondero, l\\\'intervista

Fino a qualche giorno fa ero convinto che intervistare un fotografo ottantenne fosse una cosa semplice, specialmente se poi risiede in un paesino tranquillo delle Marche come Fermo. Me lo immaginavo a sperimentare chiuso nella sua camera oscura oppure in archivio ad ordinare faldoni di immagini. Quindi facile da raggiungere per sottoporgli le mie domande. Ma nel caso di Mario Dondero mi sono sbagliato di parecchio.

Nelle due ultime settimane ho rincorso telefonicamente questo instancabile fotografo classe 1928 in lungo ed in largo il nostro Belpaese. La prima volta l'ho raggiunto che era a Genova. Qualche giorno dopo era a Bologna. Finalmente al termine di un viaggio in autobus fino a Roma, Mario Dondero ha potuto dedicarmi 20 minuti per rispondere alle mie domande.


Tre aggettivi per descrivere Mario Dondero?
Passione, impegno e tenacia.


Chi sarebbe e cosa farebbe, se nella sua vita non ci fosse la fotografia?
Con ogni probabilità avrei fatto il giornalista, perché avevo iniziato a farlo. Se avessi seguito una vocazione giovanile avrei fatto il marinaio. Sempre mestieri molto sul nomade. Naturalmente guardando cos'è la vita dei marinai in concreto, trovo che è molto diversa da come uno la sogna. Lo stesso il giornalismo, non è sempre rose e fiori, ci sono infinità di difficoltà, come quelle che riguardano la libertà di espressione.


So che Lei è tutt'oggi al lavoro: ma non si è mai stancato di correre dietro alle immagini?
Francamente no. Io lo vedo come un impegno civile il fatto di fare le fotografie. Non è un sacrificio. Avrei potuto deviare verso altre forme di espressione. Avrei potuto per esempio fare il cinematografo. Nei miei 10 anni a Roma ho avuto varie opportunità. Qualcuno mi ha proposto di fare il direttore della fotografia. Ma io però sono sempre stato legato al reportage, al giornalismo. Non amo neanche strettamente la fotografia. La fotografia è uno strumento essenziale per fare il giornalismo.


Lei ha realizzato tanti ritratti, sia di persone famose che di persone comuni: con quali di queste due categorie preferisce lavorare?
La notorietà mi è indifferente. Quando faccio un ritratto a qualcuno, lo faccio per una ragione legata ad un racconto. Non ho quindi soggezione, non sono impressionato quando sono in presenza di una celebrità, lavoro in totale tranquillità.


Quando scatta un ritratto, lascia che il soggetto sia libero di muoversi come vuole oppure lo guida in ogni sui gesto?
Non sono per la costruzione dell’immagine. Sono per cogliere la situazione dei personaggi nella loro autenticità. Non chiedo a nessuno di fare qualcosa perché piace a me. Fotografo in modo assolutamente spontaneo. Per me il fatto di fotografare è diventata una seconda natura. Non ho problemi né di ordine tecnico né di ordine estetico.


Con la diffusione dei cellulari dotati di fotocamera, ogni individuo può fotografare qualsiasi avvenimento ancora prima che un giornalista ne venga a conoscenza. Dati questi presupposti, come può distinguersi il fotogiornalista dal fotografo improvvisato?
Secondo me ovviamente dalla professionalità, dall'esperienza, dalla capacità di tenere in rilievo l’aspetto più significativo della situazione. Il fotografo professionista coglie in genere l’essenziale di quello che va raccontato. Non fotografa a caso.


Similmente con la diffusione del digitale, in tanti si autodefiniscono “fotografi”, magari rassicurati dagli apprezzamenti ricevuti dagli amici su Facebook. Ci sono anche concorsi basati sul numero di “mi piace” ottenuti dai propri contatti su Facebook. Secondo Lei c’è un metodo migliore per riconoscere realmente le qualità di un fotografo?
Si dà proprio il caso che l’altro giorno ho visto un fotografo molto giovane: era bravissimo. Mentre conosco dei fotografi con un passato che ai miei occhi sono mediocri. Secondo me i parametri essenziali sono il talento, la sensibilità, la forza dello sguardo. Voglio dire che essere famosi non vuol dire essere bravi. Può essere famoso perché ha lavorato molto, perché è stato molto presente. Come la gente che passa continuamente in televisione e viene apprezzata come se fosse bravissima, mentre non lo è.


Secondo lei qual è la cosa più bella e quella più brutta del mestiere del fotografo?
Quella brutta è fare del male qualcuno, violare l’intimità di un individuo in modo abusivo. Mi è capitato recentemente di fotografare una situazione ospedaliera ed una persona che ho fotografato si è molto risentita. Io mi sono scusato molto. Una delle qualità essenziali di un fotografo è il rispetto dell’altro. Secondo me in assoluto. Ora è anche sancito sotto la parola rispetto della privacy. Ma il rispetto della privacy è sempre inserito nello spirito di chi scatta correttamente le foto.
Quella bella è riuscire a raccontare in modo direi perfetto una situazione che è una lezione di vita, che fa capire il mondo. Fare una foto che fa capire il mondo è un dovere del fotografo. Ci sono delle foto che superano quello che avrebbe potuto scrivere anche il migliore scrittore, proprio per l’affidabilità, per il fatto incontrovertibile che è una fotografia.


Ci potrebbe mostrare una sua foto, magari alla quale è particolarmente legato, e raccontarci la sua storia?
Non è facile. Come diceva Robert Doisneau, tutta la vita di un fotografo si può racchiudere in un minuto a colpi di scatti di 1/125s. Sono tantissime. Ma mi è molto cara la foto di Stefania Sandrelli giovanissima (copertina del volume "Incursioni sul set", NdR), che sembra una madonna medievale. Mi viene in mente anche un’altra foto sempre di una ragazza, scattata a San Sepolcro facendo un volume su Piero della Francesca, un volto assolutamente bellissimo.

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C’è un aneddoto particolare legato alle sue esperienze nel mondo della fotografia che vorrebbe raccontarci?
Quella volta che andai a casa di Marc Chagall, uno dei più grandi maestri della pittura. Ero un giovane fotogiornalista e volevo fargli un’intervista. Ma non sapevo il francese ed ero totalmente imbarazzato. Non feci nessuna fotografia perché ad un certo punto Chagall, che era molto anziano e con gravi problemi di salute, tornando lucido mi chiese se avevo il tesserino da giornalista. Evidentemente gli sembravo troppo maldestro. Io ho dovuto ammettere che l’avevo dimenticato. Lui mi disse torni un’altra volta con il tesserino. Io naturalmente non sono più tornato.


Con quale fotocamera ha iniziato a fotografare ed a quale è rimasto eventualmente più affezionato?
Ho imparato i rudimenti della fotografia in un’agenzia fotografica di Milano quando ero ragazzo. Però non ho imparato niente, ho solo imparato quella disinvoltura necessaria per fare il fotografo. Una fotocamera da me molto amata è la Leica M3, con la quale ho mosso i primi passi insieme alla Rolleiflex, altra macchina molto buona. Ho sempre apprezzato la silenziosità e la dolcezza di scatto della Leica. Altra macchina a cui sono fortemente affezionato è la Pentax Spotmatic, con la quale ho fatto almeno trent’anni di fotografia. Era una fotocamera a vite che permetteva di usare gli ottimi Zeiss della Germania Orientale. Comunque uno deve entrare in sintonia con la macchina fotografica, deve quasi dimenticare che esiste ed operare serenamente. Ancora oggi continuo ad usare la Leica per la stessa ragione.

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Infine quali consigli vorrebbe dare a chi volesse accostarsi al mestiere di fotografo?
Innanzitutto cercare i temi ed i soggetti fotografici e raccontarli compiutamente. Poi fotografare in luce ambiente anziché con il flash. Io sono un partigiano della luce ambiente. Ritengo tuttavia che ciascuno deve trovare il suo stile. Credo molto poco alla scuola. Molto sta nella sensibilità delle persone. Personalmente poi suggerisco di usare le macchine analogiche, che ti obbligano ad uno sforzo creativo maggiore delle macchine digitale, che fanno tutto loro. Ma indipendentemente dall'analogico e dal digitale l’importante è la capacità di osservare del fotografo e la sua cultura estetica. Poi meglio andare in giro con una macchina sola che un carico di attrezzatura. Capisco che un fotografo professionista in azione ha bisogno di tutta una gamma di obiettivi. Ma una sola macchina fotografica e delle scarpe solide sono l’essenziale. Ti danno la felicità di fotografare.

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