Futuro e passato, fotografia e cinema. La jetée di Chris Marker

Quando il bombardamento di immagini fisse diventa flusso narrativo, viaggio nel tempo e nella memoria di un'immagine

"We do not move in one direction, rather do we wander back and forth, turning now this way and now that. We go back on our own tracks . . .' That thought of Montaigne's reminds me about something I thought of in connection with flying saucers, humanoids, and the remains of unbelievably advanced technology found in some ancient ruins. They write about aliens, but I think that in these phenomena we are in fact confronting ourselves; that is our future, our descendants who are actually traveling in time."

Andrei Tarkovsky

La jetée (Francia, 1962, 28') di Chris Marker, ha segnato una svolta fondamentale nel mio approccio iconografico, per questo ora che Youtube lo consente e il 34° Torino Film Festival lo ripropone nella sezione "cose che verranno", invito a condividere questo piccolo capolavoro.

Ne parlo in questa sede perché il corto futuribile, ieri come oggi, raggiunge un effetto ipnotico grazie al montaggio di tagli netti e dissolvenze di 'foto in bianco e nero' (ad eccezione dell’inquadratura di una donna che sbatte le palpebre), con una strategia narrativa di profonda ispirazione per chi lavora con le immagini.

Le immagini di quello che viene definito "un photo-roman" (fotoromanzo) nei titoli di testa, devono il ritmo anche alla voce narrante fuori campo che introduce subito "la storia di un uomo segnato da un'immagine della sua infanzia".

La Jetée (sceneggiatura)

Questa è la storia di un uomo ossessionato da un’immagine della sua infanzia.
La scena, che lo preoccupa per la sua violenza e il cui significato non comprenderà che molti anni dopo, ha avuto luogo ad Orly, qualche tempo prima dello scoppio della terza guerra mondiale.
Ad Orly, di domenica, i genitori erano soliti portare i figli a vedere gli aerei che partivano. Di questa domenica particolare il ragazzo la cui storia stiamo raccontando si sarebbe ricordato il sole immobile, gli arredi lungo il molo d’attracco e il viso di una donna.
Non c’è niente a richiamare i ricordi degli altri momenti: solo più tardi si faranno riconoscere, per via delle cicatrici. Di quel viso, che sarebbe diventato la sola immagine dei tempi della pace ad attraversare i tempi della guerra, si chiedeva se mai l’avesse veduto veramente o se invece avesse creato quel momento di tenerezza per estraniarsi dal momento di follia che sarebbe arrivato, col boato improvviso, col gesto della donna, coi corpi che oscillano, le urla lungo l’attracco confuse dalla paura. Più tardi comprese di aver visto morire un uomo.
E un po’ di tempo dopo arrivò la distruzione di Parigi.
Morirono in molti. Alcuni pensarono d’essere i vincitori. Altri vennero fatti prigionieri. I sopravvissuti si rifugiarono nella rete sotterranea di Chaillot.
La superficie di Parigi, e senza dubbio la maggior parte del mondo, era disabitata, distrutta dalla radioattività. I vincitori facevano la guardia ad un impero di ratti. I prigionieri venivano sottoposti a degli esperimenti, apparentemente molto importanti per coloro che li realizzavano. Al termine dell’esperienza i primi erano delusi, i secondi morti, o pazzi.
Fu scelto un giorno per la sala degli esperimenti l’uomo di cui raccontiamo la storia.
Era impaurito. Aveva sentito parlare dei direttori degli esperimenti. Pensava di trovarsi di fronte allo Scienziato Pazzo, al dottor Frankenstein. Vide invece un uomo senza passione, che gli spiegò in modo posato che attualmente la razza umana era condannata, che lo Spazio le era precluso, che la sola speranza di salvezza stava nel Tempo. Un corridoio nel tempo e forse si sarebbe potuto arrivare al cibo, ai medicinali, alle fonti di energia.
Era questo lo scopo degli esperimenti: inviare degli emissari nel Tempo, chiedere al passato e al futuro l’aiuto per il presente.
Ma la mente umana non riusciva ad adattarsi. Risvegliarsi in un’altra era voleva dire nascere una seconda volta, da adulto. Il trauma era troppo grande. Dopo aver spedito in zone differenti del Tempo corpi senza vita o senza coscienza, ora gli inventori si stavano concentrando su soggetti dotati di immagini mentali molto forti. Essendo capaci di concepire o sognare un altro tempo, forse si sarebbero potuti integrare.
La polizia del campo spiava perfino i sogni. Quest’uomo fu scelto tra altri mille, per la sua fissazione su di un immagine del passato.
Sulle prime nient’altro che il distacco dal tempo presente e ai suoi legami. Si ricomincia. Il soggetto non muore ne delira. Soffre. Si continua. Al decimo giorno dell’esperimento le immagini iniziano a fluire, come confessioni. Un mattino in tempo di pace. Una stanza in tempo di pace, una stanza vera. Veri bambini. Veri uccelli. Veri gatti. Vere tombe. Il sedicesimo giorno è sul molo.
Vuoto. A volte cattura di nuovo una giornata d’allegria, ma diversa, un viso d’allegra, ma diverso. Rovine. Una ragazza che potrebbe essere colei che cerca. L’incrocia sul molo. Gli sorride da una vettura. Altre immagini si presentano, si mescolano, in un museo che potrebbe essere quello del suo ricordo.
Il trentesimo giorno la incontra.
Questa volta è sicuro di riconoscerla. E’ la sola cosa di cui sia sicuro in questo mondo senza date che lo colpisce per la sua ricchezza. Attorno a lui materiali favolosi: il vetro, la plastica, tessuto a spugna. Allorché si riprende dalla sorpresa la donna è scomparsa.
Coloro che conducono l’esperimento stringono il controllo su di lui rispedendolo sulla pista. Il tempo torna a riavvolgersi, ritorna quell’istante. Questa volta le sta vicino, le parla. Lei lo saluta senza sorpresa. Sono senza ricordi, senza progetti. I loro si costruiscono attorno ad essi, col solo scopo di recuperare il sapore dell’attimo che stanno vivendo e dei segni sui muri.
Più tardi, si trovano in un giardino. Gli torna in mente che esistevano i giardini. Lei gli chiede cosa sia il collare che porta, il collare del combattente che lui indossava all’inizio di questa guerra che un giorno scoppierà. Lui le inventa una spiegazione.
Camminano. Si fermano di fronte al tronco di una sequoia ricoperta di date storiche. Lei pronuncia un nome straniero che lui non riesce a capire. Come in un sogno le mostra un punto oltre l’albero. Sente che sta dicendo: «Vengo da là…»
….e ricade indietro, svuotato di ogni energia. Poi un’altra onda del Tempo lo solleva. Senza dubbio gli hanno fatto un’altra iniezione.
Ed ora lei sta dormendo al sole. Lui pensa che nel mondo in cui va a riprendere le forze, solo per poi essere rispedito verso di lei, lei è morta.
Si risveglia, lui le parla ancora. Di una verità che è troppo fantastica per essere creduta, lui si limita all’essenziale: un paese lontano, una lunga distanza da percorrere. E lei lo ascolta senza farsi beffe di lui.
E’ lo stesso giorno? Non lo sa proprio. Ripeteranno assieme un’infinità di passeggiate come questa, in cui crescerà tra di loro una confidenza muta, una confidenza allo stato puro. Senza ricordi, senza progetti. Fino a che non sente, davanti ad essi, una barriera.
Così ha termine la prima serie di esperimenti. Era l’inizo di un periodo di saggio in cui l’avrebbe ritrovata in momenti differenti. Lei l’avrebbe accolto in modo normale. Lo chiama il suo Spettro. Un giorno sembra aver paura. Un giorno si appoggia a lui. E lui non sa mai è lui a dirigersi verso di lei, se è diretto, se sta inventando o se sogna.
Verso il cinquantesimo giorno si incontrano in un museo pieno di animali senza tempo.
Ora la portata è sistemata in modo perfetto. Proiettato sul momento desiderato può rimanere e muoversi senza sforzo. Anche lei sembra essere addomesticata. Accetta come un fenomeno naturale i passaggi di questo visitatore che appare e scompare, che esiste, parla ride con lei, tace l’ascolta e se ne va.
Allorché si ritrova nella stanza degli esperimenti, sente che è cambiato qualcosa. Il direttore del campo è là. Dai discorsi attorno a lui comprende che dopo i successi degli esperimenti nel passato è nel futuro che intendono ora inviarlo. L’eccitazione per una tale prospettiva gli fa dimenticare per qualche momento il fatto che quell’incontro al Museo era l’ultimo.
Il futuro era protetto in modo migliore del passato. Alla fine d’altre prove ancora più dolorose per lui, finì con l’entrare in risonanza col mondo futuro. Attraversò un pianeta trasformato, Parigi ricostruita, diecimila viali incomprensibili. L’attendevano altre persone. L’incontro fu breve. Era chiaro che rifiutavano queste scorie di un’altra epoca. Lui recitò la sua lezione. Poiché l’umanità era sopravvissuta, non poteva rifiutare al proprio passato i mezzi per la sua sopravvivenza. Questo sofisma fu accettato come un mascheramento del Destino. Gli dettero una centrale di energia sufficiente per rimettere in marcia tutta l’industria umana e le porte del futuro si richiusero.
Poco dopo il suo ritorno fu trasferito in un’altra parte del campo.
Sapeva che i suoi carcerieri non l’avrebbero risparmiato. Era stato uno strumento nelle loro mani, l’immagine dalla sua infanzia era servita da esca per metterlo a loro disposizione, aveva risposto alle loro attese e aveva svolto il suo ruolo. Non attendeva altro che di essere liquidato, con da qualche parte dentro di lui il ricordo di un tempo vissuto due volte. Ed al fondo di questo limbo che ricevette il messaggio delle persone del futuro. Anch’essi viaggiavano nel Tempo, e in modo più semplice. Ed ora erano là e gli proposero di accettarlo tra di loro. Ma la sua richiesta fu diversa: piuttosto che questo avvenire pacificato, chiese che gli venisse reso il mondo della sua infanzia e questa donna che fose lo stava aspettando.
Una volta sul grande molo di Orly, in quella calda domenica prima della guerra dove avrebbe potuto dimorare, pensa con una punta di vertigine che anche il bambino che era stato doveva trovarsi là, a guardare gli aerei. Ma per prima cosa cercò il viso di una donna, alla fine del molo. Le corse incontro. E nel riconoscere l’uomo che l’aveva seguito fin dal campo sotterraneo, capì che non c’era più Tempo e che questo istante che gli era stato permesso di vedere da bambino, e che non aveva cessato di ossessionarlo, era il momento della sua morte.

Un ritmo al quale contribuiscono la colonna sonora di Antoine Bonfanti e ovviamente la visionarietà di Chris Marker, capace di tratteggiare la follia di un passato che diventa futuro e viceversa, durante l'esplorazione del ricordo.

La jetée (molo d'imbarco in francese) prende 'il volo' dall'Aeroporto parigino di Orly, con un bambino attratto da una donna mentre la folla assiste all'assassinio di un uomo. La stessa donna che tornerà più volte a trovare, viaggiando nel tempo, con l'apparecchiatura messa a punto nei sotterranei di un mondo reduce da una catastrofe nucleare.

Il viaggio del protagonista si nuove nei paesaggi interiori del tempo e nei paradossi della memoria, inquadrata nelle zone più oscure e imprevedibili, con un montaggio che ne replica le lacune e fornisce originalità ad un capolavoro cyberpunk, di profonda ispirazione per molte altre opere a seguire, dalla graphic novel all'arte sequenziale, a partire da "L’esercito delle 12 scimmie" diretto da Terry Gilliam nel 1955.

Tra quelle che invece cita La jetée, c'è la "La donna che visse due volte" di Alfred Hitchcock, con l'anonimo protagonista che, facendo visita alla donna nel passato, gli indica il punto/tempo da cui proviene raffigurato nella sezione del tronco dell'albero, come fa James Stewart con Kim Novak.

Il bombardamento di immagini fisse che diventano flusso narrativo con La jetée, nonostante le moderne evoluzioni di tecniche e sperimentazioni, continua ad essere fonte di ispirazione per chiunque si interessi alla percezione delle immagini e spero che la visione sia di stimolo a voi quanto lo è stata alla sottoscritta, sin dalla prima visione in un modesto cineforum. Oggi grazie al web è qui per voi. Buona visione.

Per chi ha voglia di approfondire, avevo pensato di recensire il film ma J.G. Ballard lo ha fatto prima di me e talmente bene da distogliermi dal proposito e proporvi direttamente la sua recensione, apparsa per la prima volta nel 1966 su New Worlds, tradotta per intero nel box a comparsa a seguire.

La Jetée di Chris Marker: recensione di J.G. Ballard

Questo film strano e poetico, un misto di fantascienza, favola psicologica e fotomontaggio, crea nei suoi modi peculiari una serie di immagini bizzarre dei paesaggi interiori del tempo.

A parte una breve sequenza di tre secondi – un sorriso esitante di una giovane donna, un momento di straordinaria intensità, come il frammento del sogno di un bambino – i trenta minuti di film sono costituiti interamente da pose fisse. Eppure questa successione di immagini sconnesse è il mezzo perfetto per proiettare i ricordi quantificati e i movimenti nel tempo che sono il tema del film.

La Jetée del titolo è la piattaforma di osservazione dell’aeroporto d’Orly. La lunga piattaforma si proietta su quella terra di nessuno in cemento, punto di partenza per altri mondi. Giganteschi jet riposano sull’area di stazionamento accanto alla piattaforma, cifre metalliche la cui aerodinamicità non è che un codice per attraversare il tempo. la luce è friabile. Gli spettatori sulla piattaforma di osservazione hanno l’aspetto di manichini.

L’eroe è un piccolo ragazzo, in visita all’aeroporto con i genitori; improvvisamente c’è il bagliore frammentato di un uomo che cade. È successo un incidente, ma mentre tutti corrono dall’uomo morto, il ragazzino si fissa invece sul viso di una giovane donna vicino al parapetto. Qualcosa di quella faccia, la sua espressione di ansia, rimorso e sollievo, e soprattutto l’ovvio ma non dichiarato legame della giovane donna con il morto, crea un’immagine di straordinaria potenza nella mente del ragazzo.

Anni più tardi scoppia la terza guerra mondiale. Parigi è quasi cancellata da un immenso olocausto. Qualche superstite resiste nelle gallerie circolari sotto il Palais de Chaillot, come fossero topi di laboratorio in una sorta di labirinto dal tempo deformato. I vincitori, distinguibili per le strane lenti oculari che portano, cominciano a condurre una serie di esperimenti sui sopravvissuti, tra cui l’eroe, ora sulla trentina.

Di fronte al mondo distrutto gli sperimentatori sperano di inviare un uomo attraverso il tempo. Mandano il giovane, per il potente ricordo che continua ad avere della piattaforma di Orly. Con un po’ di fortuna ci arriverà. Altri volontari sono diventati pazzi, ma la forza straordinaria del suo ricordo lo riporta alla Parigi prebellica.

La sequenza delle immagini qui è la più bella del film, il soggetto è steso su un’amaca nel corridoio sotterraneo, come in attesa che sorga un qualche sole interiore, con una bizzarra maschera chirurgica sugli occhi – per quanto mi riguarda, l’unica rappresentazione convincente di un viaggio nel tempo dell’intera fantascienza.

Arrivando a Parigi vaga tra la folla estranea, incapace di prendere contatto con chiunque finché non incontra la giovane donna che aveva visto da bambino all’aeroporto di Orly. Si innamorano, ma il loro rapporto è guastato dal suo senso di isolamento nel tempo, la sua consapevolezza di aver commesso una sorta di crimine psicologico nell’inseguire il suo ricordo.

In una specie di tentativo di collocarsi nel tempo, porta la giovane donna al museo di paleontologia, passando giorni tra piante e animali fossili. Visito l’aeroporto di Orly, dove decide che non ritornerà dagli esperimenti di Chaillot. In questo momento appaiono tre strane figure. Agenti di un futuro anche più lontano, pattugliano i canali temporali e sono venuti per costringerlo a tornare. Piuttosto che lasciare la giovane donna, l’eroe si getta dal pilastro. Il suo corpo che cade è quello che aveva intravisto da bambino.

Questo tema ben noto è trattato con notevole acume e immaginazione, i simboli e le prospettive rafforzano di continuo il tema principale. Non fa uso una sola volta delle convenzioni care alla fantascienza tradizionale. Costruendo le proprie regole sullo scalfire, riesce trionfalmente dove la fantascienza fallisce immancabilmente.

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La jetée



    regia: Chris Marker
    sceneggiatura: Chris Marker
    fotografia: Chris Marker, Jean Chiabaut
    montaggio: Jean Ravel
    musiche: Trevor Duncan
    produzione: Anatole Dauman
    cast: Jean Négroni, Hélène Chatelain, Davos Hanich, Jacques Ledoux
    Premi e riconosciemnti: Premio Jean Vigo 1963
    50º The Top 50 Greatest Films of All Time del British Film Institute.
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