Nell'atelier di Antonio Biasiucci, un'intervista tra lapilli, radicamenti e varia umanità

Un incontro napoletano per raccontare la poetica di un autore intenso.

Nello studio del fotografo, intervista ad Antonio Biasiucci, ritratto

Visitare la mostra di un connazionale, meglio ancora se conterraneo, in una grande istituzione estera, da sempre una certa emozione, una di quelle che aggiungono, con il loro sottile pizzico di orgoglio, un bell'alone al lavoro. Se poi quello stesso artista lo si rincontra appena qualche giorno dopo, nel cuore del suo studio abbarbicato nei vicoli di una Napoli foriera di storie e sempre un po' milionaria, la cosa assume contorni ancora più netti. La mia intervista ad Antonio Biasiucci è nata proprio così, da un provvidenziale incontro alla MEP di Parigi, dove molti lavori di Biasiucci sono attualmente esposti insieme alle opere di Mimmo Paladino.
Un'etica della liberazione, che scardina i confini tradizionali dell'immagine, per farsi portavoce di una volontà narrativa adattabile, che prende tutto il suo significato nell'elaborazione di colui che si ritrova, di volta in volta, ad interpretarla ed integrarla nel suo singolare vissuto. Ci sfugge nelle sue parole la nozione di opera, a favore di quella fattrice di lavoro, che ricorda la sua instancabile manualità di homo faber, che incide la realtà, presentata sempre al presente, in un'eternizzazione che funziona. Spiegandoci gli ingranaggi del suo lavoro e il senso del suo nero, ci siamo ritrovati a far parte di un flusso di pensieri che abbiamo l'immenso piacere di condividere.
Abbiamo incontrato Antonio Biasiucci, per una delle solite interviste un po' atipiche di clickblog, nel suo studio, in pieno centro di Napoli, con tante suggestioni, quasi sommersi dalle immagini, dai ricordi e dalle memorie. Ancora freschi freschi della mostra di Parigi, nella quale Antonio ha esposto insieme a Mimmo Paladino. Siamo qui per chiedergli di raccontarci del suo lavoro e della sua napoletanità che riesce ad essere internazionale, senza tradire se stessa.
L'occasione è la mostra di Parigi, e mi sembra una frase giusta per descriverla, ma in verità questo sguardo, pur partendo da un contesto che è perfettamente quello napoletano e, ancora di più, o meglio, dalle due realtà, di Dragoni, il paese in cui sono nato e quella della città in cui vivo, va altre. Da entrambe attingo e realizzo immagini che sono un po' la costruzione del tentativo di riscrivere con la fotografia questa storia degli uomini, analizzando quei soggetti che appartengono a tutti come il pane, o un animale a mio avviso emblematico come la vacca. Elementi che esprimono il mio desiderio di riscrivere, attraverso tali soggetti fondamentali, una sorta di antropologia fotografica. Anche nella mostra parigina insieme a Paladino abbiamo immaginato stanze che trattano vari argomenti come il viaggio, metafora dell'aldilà, la grazia con gli ex-voto e le scarpe di Mimmo, in un palese riferimento al teatro della vita.

Nello studio del fotografo, intervista ad Antonio Biasiucci, luci ed ombre alla MEP

Cos'è il mio fare fotografia, da dove parte?
Parte da questa ricerca sulla memoria personale, da questo tentativo di ricostruire la mia identità attraverso una sorta di indagine sui luoghi che ho frequentato da adolescente. Si tratta di una rivisitazione con l'apparecchio fotografico di questi valori anche rinnegati da ragazzo, quando sognavo grandi città metropolitane, leggevo ed ascoltavo musica con tali riferimenti, per cui tutti i principi tipici di una cultura contadina erano puntualmente rifiutati. In seguito mi trasferisco a Napoli per l'Università e ho una fortissima crisi d'identità. Mi accorgo di non riuscire a possedere la città ed è proprio allora che ritorno al paese con la macchina fotografica, per rivisitare proprio quei luoghi rifiutati. E' da lì che inizia tutto il mio rapporto con la fotografia, dalla memoria personale comincio a trattare la memoria degli uomini intesi in senso universale, quindi quei soggetti che vanno a solleticare gli aspetti fondamentali dell'esistenza umana, e che non soffrono i limiti legati al contesto antropologico, culturale ben preciso. Sicuramente questa mia tecnica è anche frutto del desiderio di puntare ad un'immagine sempre più scarna e quindi in qualche modo sempre più libera da un'interpretazione imposta, che delega molto a chi vede nel tentativo di restituire oppure di donare un'emozione che è relativa alla persona che guarda, in modo che possa trovare uno spazio per sé. Affinché ciò avvenga credo sia necessario pulire la fotografia da elementi che in qualche modo tendono a chiuderla.

Nello studio del fotografo, intervista ad Antonio Biasiucci, atelier

Sembra quasi di scorgere una specie di pudore...
E' tutto ciò che ho imparato a teatro, con un maestro particolare che è Antonio Melillo che ho conosciuto dopo aver visto un suo spettacolo e mi ha segnato nonostante la mia scarsa conoscenza in materia. Il suo teatro è sempre stato definito sperimentale, io penso più che altro che sia molto vero. Forse un teatro diverso, nel quale il presupposto è un altro sguardo, non solo di tipo concettuale. Tanto è vero che ho provato, anche grazie all'amicizia che mi ha progressivamente legato ad Antonio, ad applicare i suoi metodi teatrali alla fotografia. Si tratta di indicazioni che, essendo in rapporto proprio con la capacità di esprimere qualcosa di profondo che viene da un tumulto interiore, si applicano bene alla fotografia come a qualsiasi forma d'arte. Consistono nel considerare qualsiasi soggetto un laboratorio, sorta di luogo fisico e anche mentale nel quale ritornare spesso, sulla stessa azione-teatrale per il performer, sulla medesima immagine-soggetto per il fotografo, fino a farla evolvere. Lui partiva da un'azione ripetuta in un lasso di tempo notevole, ad esempio con Neiwiller, fondendo sulla falsariga del testo i due mondi e creando altro, così come io mi chiudo in una stalla e per un anno fotografo le vacche e queste vacche diventano altro col passare del tempo.

Nello studio del fotografo, intervista ad Antonio Biasiucci, ex-voto MEP

Un po' come i volti...
Come anche i volti. Una mia caratteristica fondamentale, che negli ultimi anni ho addirittura accentuato, è quella di vedere sempre lo stesso lavoro, e di ripresentarlo in una forma diversa. Lavori come gli ex-voto, o gli stessi volti, sono stati ripresentati in sette/otto spazi, museali e non, in forme completamente diverse e dando delle emozioni diverse. E' questo il mio tentativo di non farlo mai morire, dandogli sempre nuova vita affinché il lavoro stesso possa, dopo la fase di realizzazione e dopo aver scelto le immagini, in tutti questi processi tipicamente fotografici, relazionarsi continuamente ai luoghi alle circostanze, permettendomi di sentirlo sempre vivo. Ad esempio gli ex-voto li ho presentati al Museo dell'Ara Pacis in dialogo con i frammenti romani in una stampa classica, al Madre in una mostra insieme a Paladino e Fuksas, all'interno di una chiesa, di una cappellina in particolare, nella quale sembravano dei frammenti caduti da un affresco, erano stampati su del ferro e bisognava abituarsi alla luce molto misteriosa nella quale riaffioravano; al Museo Civico di Reggio Emilia all'interno di vetrine della sezione antropologica, ed erano perfettamente degli Indios, tanto che passando risultava addirittura difficile notare l'istallazione, all'Istituto Italiano di Cultura di Parigi, insieme ad Oreste Zevola e addirittura erano degli extraterrestri e proprio in quell'occasione uno dei presenti mi fece un elenco degli ex-voto che avevo presentato nei vari luoghi chiedendomi come fosse possibile per un lavoro diventare sempre diverso e dare emozioni sempre diverse. Questa domanda un po' mi imbarazzò, perché non avevo mai riflettuto sulla questione in questi termini, ma penso che, quando un lavoro è scarno, puoi presentalo ovunque e nel farlo è come se si aprisse al luogo per cui è anche il risultato finale ad essere diverso. Anche a Parigi ho presentato i volti a terra, all'interno di questa sorta di piscina mirabili francese, riflettendoci quel luogo in realtà era un contenitore d'acqua. Come anche il lavoro della stanza del pane e del fare, che è diverso da quello di Sorrento, ed è valido anche per altri momenti dell'esposizione, come i vulcani e appunto le vacche. Non riuscirei a ripresentare un pacchetto-mostra senza prendere in considerazione i luoghi, tra l'altro per uno come me, che ha imparato più che dalla fotografia dal teatro, é difficile non pensare ad un'interazione con gli uomini e con i posti.

Nello studio del fotografo, intervista ad Antonio Biasiucci, angolo atelier

Quindi una rappresentazione sempre diversa, mai uguale a se stessa...
Finanche una mia personale, che adesso sta girando, lo dimostra. E' una sorta di antologica nata alla Calcografia di Stato a Roma, presso la quale mi relazionavo a tre enormi stanze alle quali avevo dato anche altrettanti titoli, che raccontavano di vicende umane ben precise, e che trasferita in una mostra successiva a Villa Pignatelli risultava completamente stravolta, dato che ne avevo ripensato in dieci stanze le immagini.

Un'altra curiosità riguarda soprattutto le luci e le ombre. C'è una specie di prevalenza delle seconde, interrotte da epifanie luminose che svelano profili e forme in un gioco di preferenze che guarda ad una caratteristica propriamente teatrale...
Fin dall'inizio son partito da un colore, il bianco, ma non solo. Il teatro è una delle spiegazioni, ma non l'unica. Mi trasferisco a Napoli, in una realtà diversa da quella in cui sono nato, un paese sotto l'Appennino in cui anche la luce è diversa. Non ci sono quelle abbaglianti napoletane, qui il Mediterraneo lo senti di più, ma nell'entroterra c'è un rapporto più viscerale con le cose. E' proprio a questo connubio di realtà che bisogna tornare, considerando che ogni fine settimana lascio Napoli alla volta di Dragoni e che quindi ho un rapporto molto stretto con entrambi. Sono anche i due luoghi che mi permettono di portare avanti questo progetto senza spostarmi mai da dove vivo. In realtà parlo delle cose del mondo ma fotografo tutto qui.

Nello studio del fotografo, intervista ad Antonio Biasiucci, MEP

E' questo il gioco che fa in modo che le foto siano allo stesso tempo atemporali e terribilmente partenopee?
C'è sicuramente questa drammaticità partenopea, tipica del teatro e della letteratura napoletana, grazie a Dio. Nel senso che siamo pieni di fotografie abbastanza omologate che guardano all'Occidente, quindi molto più fredde, distaccate, concettuali e oggettive, in un momento in cui anche a sud del mondo sembriamo guardare a tutto ciò che accade in Germania, Inghilterra e altrove. A parte questo è inevitabile che la luce in qualche modo prenda il sopravvento. Parto da una sorta di palcoscenico che è il nero, da una tavolozza che mi piace immaginare come un nero primigenio, nel quale poi con la luce, attraverso la luce, metto in risalto ciò che mi interessa, è questo il senso del nero, ma mi serve anche per cancellare tutto quello che non serve. In una stalla ci sono secchi appesi, le giacche, gli utensili, che in qualche modo avrebbero determinato il luogo, che lascio volutamente da parte per rendere queste immagini più universali, più libere, più scarne. Quanto più pulita deve essere una foto, senza essere estetizzante, e quanto più risulta impregnata di quei contenuti che possono dare un senso a tutto il lavoro.

Siamo arrivati all'essenza del meccanismo, la chiave di quella che è appunto una démarche, che esprime allo stesso tempo il movimento e la staticità. Un percorso di tormenti che rivela l'essenza stessa della fotografia, che con la luce, trasforma e crea.

Immagini di Sara Rania per Clickblog.it da flickr.com. Tutti i diritti riservati.

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