Con Matteo Bastianelli tra immagini, grida silenziose ed emozioni

Matteo Bastianelli Gallery

Come voi vivo in un mondo accecato dalle immagini. Un mondo che pullula di immagini che non vedono e occhi che non guardano. Un mondo che vive l’incubo del grande fratello di Orwell come una ‘manna dal cielo’, ed è bel lieto di sostituire la realtà con il suo simulacro.

Come molti di voi, per caso o forse solo per uno scherzo del destino, ho occhi che vogliono vedere e una mente che non vuole smettere di lavorare, entrambe attente alle eccezioni che confermano la regola ‘viziata, cieca e venduta al miglior offerente’ e ai fotografi che tentano di confutarla.

È questa la ragione che mi ha spinta ad approfondire la conoscenza di Matteo Bastianelli, del suo sguardo che non si accontenta di vedere ma vuole sentire, di un obiettivo che si avvicina così tanto ad esistenze dimenticate e identità smarrite da coglierne le grida silenziose.

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Dormi in macchina con i senzatetto, condividi stanze e disagi con gli abitanti di edifici occupati, passi giorni con i pazienti dell’ospedale pediatrico croato, vai alla ricerca di fosse comuni con i parenti di persone scomparse .. prima di ogni altra cosa Matteo, da cosa nasce o da dove arriva il tuo bisogno di avvicinarti così tanto con lo sguardo, e poi con l’obiettivo, a quello che fotografi?
Il bisogno di avvicinarmi nasce da un'incapacità di fare diversamente. Non sono in grado di scattare una foto senza sentirmi accettato o in qualche maniera autorizzato a farlo. Mi sentirei come un militare americano in territorio iracheno, sicuramente fuori luogo e non benvenuto! In secondo luogo il bisogno di vicinanza nasce anche dalla grande responsabilità che nutro nei confronti delle realtà e delle persone di cui tento di raccontare una storia: è presuntuoso pensare di poter fare questo mantenendo una distanza. In ultima istanza, credo anche che la mancanza di forza di tante fotografie, come sosteneva Robert Capa, dipenda spesso dall'eccessiva distanza che i fotografi interpongono tra se stessi e i soggetti che scelgono di ritrarre. Io articolo il mio linguaggio fotografico con una convinzione di fondo che travalica le mie scelte stilistiche. La certezza che ciò che fa la differenza in un racconto per immagini è il grado di vicinanza, non solo fisica, che abbiamo con le persone. Non sono interessato a una sterile ricerca estetica che ponga l'accento solo sulla bellezza formale di un'immagine, decido invece di azzerare ogni distanza attraverso un contatto diretto e franco, piacevole o meno che sia. In ogni caso non dormo con tutti i senzatetto che incontro.. Il rapporto che ho con Patrizia, la donna su cui è basato il mio primo lavoro, "Home Sweet homeless" (2007-2010) è un qualcosa di estremamente personale. Ho deciso di staccare Patrizia dalla retorica del senzatetto che dorme e vive in strada per concentrarmi solo sull'aspetto interiore, visionario e sfuggente di una donna 53 enne che da 7 anni ha perso una casa e una famiglia. E le cui ombre del passato si riflettono sul suo presente e ne condizionano il futuro. Ma voglio utilizzare questo esempio proprio per far capire quali possono essere le conseguenze di una vicinanza così stretta, che per qualche motivo può interrompersi per un periodo di tempo. Quello con Patrizia è un rapporto intimo, vero, e quindi anche complicato. Ci capita spesso di discutere, di incazzarci a vicenda. Solo pochi giorni fa abbiamo litigato l'ultima volta: io non mi facevo vivo da due o tre mesi, ero fuori a continuare il mio progetto in Bosnia, e lei, facendomi capire che in qualche modo si era sentita messa da parte, ha cominciato a inveirmi contro quando mi ha visto. Essendo arrivato ad un punto limite, conscio della sua fragilità, ho deciso di smettere di fotografarla. Andrò a trovarla per parlare, per farle compagnia, per sapere come sta, ma senza l'ingombrante presenza di una macchina fotografica. Il nostro è semplicemente un rapporto tra pari, articolato su un piano orizzontale: difficilmente nei "grandi" reportage si può assistere a un reale azzeramento delle dinamiche di prevaricazione/sottomissione tra autore e soggetto/oggetto della fotografia. Tutto questo è estremamente anacronistico e sicuramente raro nella fotografia di reportage. E in realtà credo anche di dover specificare che le mie storie non sono dei reportage nel senso classico del termine. Uso le immagini, dei testi scritti, veicolo informazioni, ma penso più che altro a rielaborare un discorso magari anche abusato dagli altri media tradizionali, affezionandomi alla storia di una donna, di un gruppo di persone o di una nazione. Cercando di raccontare le storie per come le vivo.

Quale è la distanza ideale per le tue fotografie?
La distanza ideale per le mie immagini equivale alla distanza ideale per un dialogo: voglio un faccia a faccia, duro o complesso che sia, magari intervallato da parole sospese, non dette, urlate, lasciate a metà, o suggerite sottovoce.

Il pericolo maggiore?
Il pericolo maggiore per me è entrare nelle storie ed essere incapace di uscirne fuori: è come restare intrappolato in una realtà in cui volontariamente ho deciso di immergermi, ma che non è la mia. Non appartiene alla mia quotidianità. Nel momento in cui si condivide un certo tipo di vita, si fa quel tipo di vita, ma non sempre è un processo reversibile: le persone giustamente pretendono attenzioni e se da un lato è difficile rimanerne indifferenti, dall'altro è anche impossibile viverle ed uscirne fuori senza cicatrici.


Quanto la tua fotografia deve alla tua vita e questa alla fotografia?

La fotografia per me rappresenta l'estensione del mio vissuto. E in questo senso credo che la mia fotografia debba molto al mio percorso di vita. Non amo vincoli, né proibizioni, cerco semplicemente di indagare ogni realtà senza preconcetti, con la sola consapevolezza del dubbio.

Quando hai capito come usare le tue inclinazioni espressive e magari renderle anche qualcosa di più di una passione?
Il mio percorso nasce dalla passione per la scrittura. Ho lavorato per più di due anni in un settimanale dei Castelli Romani. Dopo aver iniziato a maturare una certa insofferenza per la palese limitazione che si può incontrare alla propria libertà di espressione anche in un piccolo giornale di provincia, ho pensato che le possibilità erano o adeguarsi ed andare avanti, o trovare un modo alternativo di raccontare delle storie, appunto, attraverso le immagini. Ho iniziato quindi a studiare presso la Scuola Romana di Fotografia e al contempo lavoravo come corrispondente da Roma per un'agenzia fotografica di Bari, Fotoarcieri. Così è andata avanti per due anni circa, con pubblicazioni sulla maggior parte dei quotidiani nazionali, le prime piccole soddisfazioni e la ricerca di qualcosa di diverso. Dopo l'iscrizione all'Albo dei giornalisti, ho abbandonato la scrittura, e la svolta per me è stata iniziare dei corsi di reportage d'autore, frequentare workshop e seminari, fino a intraprendere il mio percorso. Iniziando a capire la potenza e le sottili sfumature del linguaggio fotografico.

Nei tuoi progetti fotografici le identità ai margini, dimenticate, ignorate, sembrano avere la precedenza sulle altre sfumature della realtà. È solo un caso, una scelta ragionata oppure obbligata?

Come spiegavo in precedenza, tutto, o quasi, nella mia fotografia ha a che fare col caso. Patrizia l'ho conosciuta alla stazione di Velletri, paese dove sono nato e cresciuto, prima di trasferirmi a Roma. Casale de Merode, l'occupazione in cui vivono circa 90 famiglie a Roma, è stata una conoscenza fatta attraverso un mio amico regista, col quale ho collaborato per realizzare un documentario nella struttura, pensando inizialmente di poter trovare anche una sistemazione per Patrizia. Poi ho stabilito rapporti lì, che continuano tutt'ora e ho deciso di raccontare le esperienze di lotta quotidiana di queste famiglie che con dignità e tenacia tentano di assicurare un tetto sulla testa dei propri figli, in una Roma inabissata dai problemi legati all'abitare. Dove speculazione edilizia e industria del mattone non tengono in considerazione i bisogni dei meno abbienti, ma sempre solo gli interessi di privati e potenti. Stesso discorso per i progetti in Croazia e in Bosnia, dove sono arrivato facendo volontariato con la Fondazione Internazionale Onlus "Il Giardino delle Rose Blu", e in seguito ho deciso di tornare. Sono passati due anni e credo che la mia permanenza nei Balcani sarà destinata a durare ancora a lungo, sia per le relazioni che ho allacciato con molti miei amici musulmani residenti a Sarajevo, che per il bisogno di continuare a raccontare la rinascita di queste terre sconvolte da un genocidio e da una guerra etnica conclusasi appena 15 anni fa nel cuore dell'Europa.

Più in generale cosa cerchi nei tuoi soggetti, nelle tue fotografie e soprattutto cosa ci trovi?
Io non cerco nulla consapevolmente, ma in ogni posto lascio e porto sempre qualcosa con me. Sono affascinato dal coraggio di alcune persone, da chi lotta per l'affermazione di un diritto o da chi chiede giustizia malgrado continui ad essergli negata. Quello che mi impressiona di più è lo spirito di adattamento dell'uomo. Ognuno si adatta a qualcosa di brutale e impensabile. Ci si adatta a vivere in strada, a non avere una casa che magari prima si possedeva. A vivere in un clima postbellico intriso di orrore e fantasmi del passato. Ad ognuna di queste estreme condizioni corrispondono immancabilmente emozioni comuni a tutti, come gioia, sofferenza, amore e odio, ma la dignità con cui le persone affrontano le diverse peripezie della vita ha a che fare con qualcosa di straordinario, così come la disattenzione di tutti noi a queste piccole cose che rendono incredibile l'esistenza. A prescindere da dove o come si vive.

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Ci sono dei limiti che non sei disposto a superare o soggetti che non ti va di fotografare?
Io credo che tutto dipenda dal modo in cui si fanno e si sentono le cose. A priori non penso si possa dire questo si, quello no, si deve vivere una situazione per capire realmente come ci si sarebbe comportati.

C’è qualche punto fermo o fonte di ispirazione che fa la differenza per il tuo sguardo e l’immaginario al quale fai riferimento?
La mia fonte d'ispirazione principale è il continuo flusso di pensieri che anima le mie giornate e che mi porta a riflettere in continuazione su quello che faccio, come lo faccio e perché. Non ho dei punti fermi, amo diversi aspetti della produzione e della vita di alcuni fotografi. L'autenticità di alcuni. Il rigore morale di altri. La valenza progettuale e antropologica di progetti a lungo termine in particolare. Per fare dei nomi comunque, l'approccio e l'umanità sofferente di Eugene Richards, la disperata autenticità di Antoine d'Agata, le ombre di Anders Peterson, mi piace poi molto in alcune cose il lavoro di Majoli, l'onnipresenza di Pellegrin.

Trovi utile osservare il lavoro di altri fotografi?

Certo. Per me soprattutto è utile capire cosa muove il progetto di un fotografo o di un altro. Spesso il grado di coinvolgimento personale nella storia può essere equiparato alla profondità raggiunta dal discorso fotografico. Spesso le news, i disastri e le zone rosse coperte da troppi media finiscono col raccontare nulla. è con il tempo che vengono fuori i segni.

Com’è andata la prima volta che hai preso una macchina fotografica in mano?
Diciamo che è andata. Non è difficile imparare a fotografare, altra cosa è capire cosa si vuole dire veramente attraverso delle immagini. Questo è un percorso senza fine.

Ad oggi c’è un progetto che ti ha segnato, insegnato, o fatto crescere più di altri?
Ogni lavoro ha contribuito alla mia crescita personale, sia come uomo che come fotografo. Attraverso ogni progetto ho imparato qualcosa, credo che tutte le persone che ho incontrato e fotografato mi abbiano dato sempre più di quanto io non abbia dato loro, il mio compito è restituir loro ‘il maltolto’ portando all'attenzione della gente le loro storie.

Una foto che senti tua più di altre?
Come i genitori nei confronti dei figli, credo che anche i fotografi sentano in qualche modo le loro immagini come delle proprie creature, con le dovute differenze ovviamente. Ogni fotografo è legato alle proprie foto, il punto è che nel momento dell'editing l'affetto deve venir meno e la scelta non può essere influenzata dalle sensazioni che hanno accompagnato il nostro stato d'animo e basta, ma anche da una lucida disamina del discorso che si vuole organizzare attraverso le immagini. Dunque io sono legato a tutte le foto che sento mie nel momento in cui le scelgo, ma anche questo è un qualcosa che può avere un'evoluzione nel tempo, in base alla propria maturazione e al cambiamento di prospettiva nella visione e interpretazione della realtà.

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Qual è il lato positivo e negativo del tuo lavoro?
Il lato positivo del mio lavoro è vivere tante vite. Viaggiare e fare tante esperienze, in qualche modo, apre mondi nuovi e sconosciuti. Si è aperti alla conoscenza, mossi dal dubbio e sicuramente ci si arricchisce di culture e modi di vivere diversi. Famiglia e amici a parte, è difficile stabilire rapporti duraturi, a causa della natura girovaga propria dei fotoreporter. Il lato negativo, se così possiamo chiamarlo, è rappresentato dall'instabilità propria del vivere in bilico, senza certezze per il presente, né per il futuro. Non esistono praticamente più fotografi integrati nelle redazioni dei giornali e il nostro mestiere, se da un lato è in continua evoluzione, e quindi propone sfide e possibilità nuove, dall'altro non è supportato da aiuti economici o contratti che diano un minimo di stabilità economica a questa instabilità psichica.

Da fotografo cosa non puoi proprio fare a meno di portare sempre con te?
Non posso fare a meno di portare con me motivazioni, umiltà, dubbi e domande. Le cose veramente essenziali per la buona riuscita di un progetto.

I tuoi progetti sono tutti molto lunghi, di cosa ti stai occupando al momento?
Al momento sto continuando il mio progetto in Bosnia, dove passerò anche Natale e Capodanno. A gennaio dovrei partire con un nuovo progetto negli USA e contestualmente continuarne un altro nello stato di Ny. Infatti, nel maggio scorso ho iniziato un nuovo lavoro sul ritorno alla vita di un gruppo di ex senzatetto, ex tossicodipendenti ed ex alcolizzati che vivono tra arte-terapia, poesia e coltivazione di terreni in urban farm nel Bronx e nell'Upper west side Manhattan. Resta aperto ancora il progetto sul mondo femminile, per il quale non ho alcun tipo di scadenza e credo che continuerà per molti anni ancora. Ho concluso invece il lavoro con Patrizia e a breve organizzerò una mostra e una proiezione del multimedia a cui sto già lavorando.

Tenere i piedi in tante staffe e progetti contemporaneamente, è sicuramente affine alla tua indole, ma quando condiziona la tua vita.
Sicuramente è affine alla mia indole, mi consente di tenere aperti più fronti e di avere il tempo che occorre per guardare con maggiore distacco una storia a distanza di tempo. Condiziona la quotidianità perché diviene quasi un'ossessione la ricerca dell'editing finale. Cerco di capire se ho detto tutto quello che avevo in mente di dire, o se per qualche motivo il lavoro è ancora lacunoso.

Cosa c’era nel tuo cassetto dei sogni l’ultima volta che ci hai guardato?
Il mio sogno da ragazzino era fare il lavoro di mio padre e mia madre, loro hanno una piccola norcineria che ha dato tante soddisfazioni alla nostra famiglia. Poi crescendo e studiando ho cambiato sogni più volte, avevo visto un camice bianco da medico in quel cassetto, poi la professione di giornalista, e quindi il fotoreporter.

Quanto è dura fare il fotografo in Italia? Quali sono per te gli ostacoli maggiori?
Molto dura. Come accennato, al di là degli assignment, il lavoro del fotografo non è supportato dai giornali, ma si deve far leva su organizzazioni non governative o ONG che possono svolgere il ruolo una volta esercitato dai giornali, ossia produrre e finanziare un progetto. Per quanto riguarda il mercato editoriale, l'ostacolo più grande per me è rappresentato da me stesso. Sono perfettamente cosciente di cosa viene pubblicato e cosa no. Di quanto sia dispendioso portare avanti progetti a lungo termine, dallo scarso utilizzo del bianco e nero e dal processo di omologazione che coinvolge la maggior parte degli autori pubblicati, ma ostinatamente, come tanti altri colleghi che pubblicano poco, continuo a cercare la mia strada nella consapevolezza che esistono altri interlocutori per la fotografia d'autore fuori dall'Italia.

Hai qualche consiglio o dritta per un’aspirante fotografo?
L'unico consiglio che mi sento di dare è quello di seguire il proprio istinto. Lanciarsi in progetti in cui si crede veramente e non fare le cose solo per essere pubblicati: alla fine della giostra, al di là della pubblicazione, ciò che resta è un universo da raccontare, interpretare e non si può pensare di farlo con tre giorni lavorativi o con una settimana.

La chiacchierata è finita ma se questo piccolo assaggio dello sguardo di Matteo ha acceso la vostra curiosità, non dovete far altro che concedervi il tempo necessario per contemplare le immagini che trovate nel suo portfolio.

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