Intervista: Ando Gilardi della Fototeca Storica Nazionale

Ando Gilardi è uno dei mostri sacri della fotografia in Italia: amato, osservato, apprezzato, disprezzato, odiato. In ogni caso: un gigante, un personaggio impossibile da ignorare. Che ancora oggi, a 89 anni, ha molto da dire e da raccontare. Abbiamo incontrato il fondatore della Fototeca Storica Nazionale a Ponzone, minuscolo paese tra il Piemonte e la Liguria.

Intervista: Ando Gilardi della Fototeca Storica Nazionale

Possiamo introdurlo con qualche nota biografica da Wikipedia:

Dal 1962 si dedica esclusivamente alla fotografia. Alla ricerca storica e all'organizzazione di mostre ed esposizioni, affianca ovviamente la pratica effettiva. Ha partecipato alla ricerca iconografica per la realizzazione delle monumentali enciclopedie Universo e Le Muse ed ha collaborato a numerose riviste del settore. È stato direttore tecnico per alcuni anni di Popular Photography Italiana, e dal 1969 al 1989 anche co-fondatore e condirettore dei periodici Photo 13, Phototeca, Index, Storia Infame..., Materiali, presso la redazione della Fototeca Storica Nazionale. Dal 1984 collabora a Progresso Fotografico con la rubrica Libri.

Dopo il salto, la nostra conversazione con Ando Gilardi: altre puntate del nostro incontro le trovate su polisblog - relative all'attualità e all'Italia di oggi - e all'eros.


Cosa ricordi delle prime foto che hai fatto?
Non mi ricordo di mezz’ora fa, ma di settant’anni fa sì, me lo ricordo benissimo: mi ricordo la giornata, non per modo di dire. Io non penso per parole, io penso per immagini e quando penso a un periodo della mia vita, davvero, vedo le immagini. Mi ricordo che tempo faceva, dove eravamo: eravamo io e mia cugina Lina, con sua mamma e mia mamma, ancora giovani tutte e due, erano andate a lavare la roba giù al ruscello. Loro due lavavano là, io le prendevo in giro perché erano chine sul ruscello, si vedeva un sederone… eravamo sdraiati in un canneto.

Qual è stata la primissima fotografia che hai fatto?
La primissima foto l’ho fatta sempre a mia cugina che era sopra un albero, un melo, era salita sopra e stava seduta su un ramo e io avevo fotografato lei… non so dove sia andata a finire quella foto, ce l’avrà lei, ora abita a Roma.

Riguardo alle tue spedizioni, per esempio con Ernesto de Martino, uno dei padri dell'antropologia italiana, puoi spiegarci meglio dei “travestimenti" che utilizzavi?

Non mi travestivo da mendicante… anche quando lavoravo al “Lavoro”, il settimanale della CGIL, andavo vestito come mi faceva comodo. Però effettivamente fare il poveraccio, soprattutto come fotografo, allora, era più comodo, era più facile, essere vestito male. Poi zoppicavo, non facevo… non davo preoccupazione, non era offensivo un fotografo malvestito nel mezzogiorno. L’ostacolo del fotografo al sud erano i bambini, tiravi fuori la macchina fotografica e saltavano tutti fuori.

Tornando all’immediato dopoguerra, quando lavoravi per “Lavoro” il giornale della CGIL. Era il ’55: ho letto che alcune delle fotografie di allora le trovi artefatte, come quelle degli operai che leggono il giornale in favore di inquadratura…
Io ci stavo bene ed ero bene accolto, va bé che poi non è che andavo in giro vestito proprio da mendicante… per fare la foto che volevi fare nel Mezzogiorno, alzavi la macchina fotografica e avevi davanti una folla di bambini, bambini bellissimi: nel nord in una fabbrica se alzavi la macchina per fotografare un compagno, quello tirava fuori l’Unità e si metteva in posa! Ma vai a cagare, ma vai a cagare, ma piantala lì!

Adesso vorrei parlare un po’ di fotografia. Riallacciandoci a quegli anni quando ti cacciarono da l’Unità…
Se tu segui Facebook, ti sarai accorto che buone o cattive, io ho almeno tre o quattro idee al giorno: la figurina, la poesiola. Mi piace avere delle idee, non ne posso fare a meno, è il mio canto. All’Unità era lo stesso, ero un redattore sindacale, ma avevo avuto delle idee, la rubrica per i bambini, il successo aveva terrorizzato il direttore, che faceva degli articoli che io avrei trovato indegni per la mia merda, li avrei trovati indegni per pulirmi il culo gli articoli del direttore dell’Unità. Erano una cosa spaventosa, ci lavorava giorno e notte poi chiamava a Roma, chiedeva se andavano bene. Dentro la redazione mi ricordo che avevo sulla mia scrivania avevo un sacco di agenzie con le notizie sindacali e avevo il Capitale di Marx, edizione Utet. Appena uscito: era sulla scrivania, un giorno è venuto un vecchio deficiente, ma proprio scemo, il compagno Pastore, che era il responsabile dei quadri del PCI. Viene a parlare, alla fine si alza, applausi, passa davanti alla mia scrivania. Prende in mano Il Capitale, si volta verso gli altri, che già ridacchiavano. Dice: “Di chi è questo libro? Suo? Dovete prendere esempio, il compagno Gilardi vi dà un’indicazione” apre la copertina. C’era scritto “Al compagno Gilardi, questa enorme balordaggine: Vladimiro Lenin”.

Ha cambiato faccia a quel punto?
Ma no… non ha nemmeno capito. Mi ha guardato e non ha detto niente. Per me è stata una rovina! Io ho sempre avuto attorno dei compagni, degli amici, mi consideravano un compagno divertente. Mi hanno mandato via da l’Unità con l’accusa di “non quagliare”. No, Gilardi non rende compatto il collettivo, rende dispersivo il lavoro. Essere mandato dalla federazione, all’Unità, era un passo indietro, era degradante. Per essere degradato dall’Unità finivi al sindacato, che era il cesso.

Ma c’erano anche nomi importanti come Lietta Tornabuoni…
Sì lei era bravissima, poi c’era il poeta astratto Gianni Toti, e poi un delizioso caro amico, morto troppo presto, Gianni De Poli. Era una redazione molto compatta, di gente che si voleva bene.

Eravate amici
Sì, ma anche a scuola, durante la scuola ero pieno di amici. Ero quello divertente… avevamo un giornalino di classe, L’Ozio, una compagnia di teatro.

Restando al periodo in cui eri al Lavoro, fotografavi da molti anni, quando avevi iniziato?
Dopo la guerra, con altri, mi offrirono questo lavoro: un ufficiale americano dei servizi di informazione stava raccogliendo fotografie sui crimini nazisti per il processo di Norimberga e altri procedimenti. Erano foto che arrivavano dai prigionieri, si trattava di riprodurle. Avevo scoperto allora cos’era nella pratica l’antisemitismo, e mi ero interessato molto a questo tipo di fotografia, e oggi sono il più grande esperto a livello mondiale di lettura di immagini dell’olocausto. Tu hai citato un nostro libretto molto divertente, ma secondo me c’è un altro grande piccolo libretto nostro, che è Lo Specchio della Memoria.

Purtroppo non l’ho letto…
Ti sei perso il migliore. Noi gli avevamo dato un altro titolo “dalla Shoah a Youtube”, ma l’editore l’ha cambiato. Nelle case editrici ci sono degli incaricati di scegliere i libri: questi incaricati di scegliere i libri da pubblicare sono degli scrittori falliti, delle merde, non sono mai riusciti a scrivere niente, fanno da filtro alla rovescia. Se fiutano che un’opera è meno che mai ben fatta… via subito! Considero oggi una grande immensa occasione per cambiare, e forse lo sta facendo già Facebook. Un programma mozzafiato, di una potenza incredibile. Mi hanno già espulso una volta…

Come? Perché ti hanno bannato?
Non l’ho mai capito. Io sono una persona istruita, ma tanto. Per mia fortuna ho avuto una paralisi da bambino, a pochi mesi, che mi ha lasciato una gamba morta. Durante il tempo fascista non potevo fare nulla. Pensi che io ho avuto un parente così stronzo, che a un bambino zoppo con la gamba che ciondola ha regalato un pallone da calcio, io ho vissuta in una società così. Un pallone di cuoio, con la camera d’aria. Bellissimo. E cosa vuoi che ci facessi! Allora ero ad Arquata Scrivia, appena si è diffusa la voce in paese che avevo una palla, quelle merde di bambini normali! Tutti da me! Vieni vieni, mi prendevano in braccio, ma io ero intelligente, mi portavano in un campicello, mi mettevano seduto in un angolo, e giocavano loro! Io avevo due scelte allora: o diventare stupido, invidioso e cattivo, oppure disprezzarli. Perché, mi ricordo che pensavo “Però io ho letto Nietzsche, guarda questa povera merda che invece di leggere da un calcio al pallone”. Un buon 80% della popolazione è composto da idioti. Hai presente uno stadio come San Siro, 80mila persone. Sono quasi tutti uomini. Sono tutti bulicci, froci, all’uomo la fica gli fa schifo. Te lo dico io! Vanno lì dove si rappresenta in campo la partita di calcio, che è un’orgia tra froci, dove la porta è il culo e bisogna infilarci la palla, e traaack! E poi fanno l’orgia, si abbracciano!

Spiegaci meglio…
E il pubblico applaude, tutti felici. “Vi abbiamo fatto il culo!”. Da bambino sono stato educato, ho capito che un bambino che gioca al pallone, era inferiore a me. Poi sono arrivate le leggi razziali…

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