La poetica di Shirin Neshat sulle complessità di dentità e Islam

Shirin Neshat esplora le complessità dell’Islam, dell’identità di chi vive lontano dalla patria come lei e delle disparità del mondo

Shirin Neshat, شیرین نشاط in persiano, usa da anni diversi mezzi espressivi per mostrare la forza delle donne oppresse da una cultura millenaria di abusi e soprusi, dalla serie fotografica sulle Women of Allah avviluppate da veli neri e segnate dai testi di poesia persiana, al debutto alla regia con Women Without Men, basato sul romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur bandito in Iran, Leone d'Argento della 66esima edizione della Mostra cinematografica di Venezia.

#ShirinNeshat "Fervor" 2000 #Iran

Un post condiviso da Faissal El-Malak فيصل الملك (@faissalelmalak) in data: 13 Feb 2017 alle ore 02:34 PST

Anni di ricerca e immagini che la fotografa, filmmaker e videoartista, ha dedicato al corpo delle donne islamiche, soggetto a ferree regole sociali, divenuto oggetto politico e referente visivo della ricerca d’identità, e di una disparità di genere che divide la società in due mondi e due misure, come le platee dei due cantanti di Turbulent, nel video a seguire.

La figlia di una "generazione ibrida" e di uno sguardo cresciuto tra l’Iran e gli Stati Uniti, che continua a muoversi al confine tra Oriente e Occidente, uomini e donne, sacro e profano, geografie e linguaggi, che il volume Shirin Neshat, edito da Rizzoli New York ha provato a condensare in 272 pagine.

272 pagine ricche di immagini emozionanti e poetiche, forti e provocatorie (da sfogliare anche on line), accompagnate dal saggio di Arthur C. Danto, una prefazione-lettera di Marina Abramovic, oltre a riflessioni e considerazioni della stessa artista.

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Un libro bellissimo, da sfolgiare insieme al discorso figurativo e poetico generato dalla Neshat, riflettendo su problematiche connesse con l'islamismo che ne superano i confini, mettendo a frutto la sua duplice appartenenza al mondo occidentale e a quello orientale.

Un post condiviso da Shirin Neshat (@shirin__neshat) in data: 6 Giu 2015 alle ore 17:38 PDT

Dopo aver fatto il giro del mondo, con volti e corpi interamente ricoperti da segni e significati calligrafici persiani, le donne dell'Islam di Shirin Neshat, offrono il loro punto di vista, armato contro le disparità e le oppressioni del mondo, sullo Sguardo di donna delle 25 grandi artiste e fotografe esposte a cura di Francesca Alfano Miglietti, alla Casa dei Tre Oci dell'Isola della Giudecca di Venezia da 11 settembre 2015, prorogata fino al 10 gennaio 2016.

«parlavo con mia madre al telefono, ci sentiamo ogni giorno. A un certo punto mi dice: “Sai, tuo fratello sta diventando davvero americano. Perché tu sei rimasta così iraniana?”. Le ho detto “Davvero?! Dopo tutti questi anni via da casa?”. E lei mi ha risposto “Sì, le tue emozioni non sono mai cambiate”»

Shirin Neshat

A distanza di anni, diversi progetti, aver prestato il volto al Calendaio Pirelli 2016 firmato da Annie Leibovitz e vissuto lontana dal suo paese pur restando molto iraniana, la Neshat continua ad esplorare le complessità dell’Islam e l’identità di chi vive lontano dalla patria, con la ricerca di se stessa e degli altri di The Home of My Eyes, attraverso i rittratti della comunità che abita le varie regioni dell’Azerbaijan, scattati dal 2014 al 2015, ad individui di generazioni, culture e religioni differenti.

Un post condiviso da Canvas Magazine (@canvasmag) in data: 26 Apr 2017 alle ore 03:37 PDT

L'arazzo di volti umani, di nuovo arricchito da testo calligrafico sulle stampe ai sali d’argento, riporta idealmente a casa l'artista, nata in una piccola cittadina iraniana poco distante da Tehran, mentre l'installazione fotografica che ha inaugurato lo YARAT Contemporary Art Centre di Baku (24 marzo - 31 agosto 2015) ed arricchito la retrospettiva al Hirshhorn di Washington (18 maggio - 20 settembre 2015), ancora inedita in Europa, si prepara ad arrivare al Museo Correr di Venezia, insieme al desiderio di "madrepatria" risvegliato dall'opera video 'Roja' e il viaggio terrificante compiuto dalle popolazioni in terra straniera.

The Home of My Eyes, sostenuto da The Written Art Foundation, Frankfurt am Main, resta in mostra nella città lagunare, dal 13 maggio al 26 novembre 2017.

installing "The Home of My Eyes" in Museo Correr in Venice

Un post condiviso da Shirin Neshat (@shirin__neshat) in data: 20 Apr 2017 alle ore 01:40 PDT

Shirin Neshat: note biografiche


Shirin Neshat ( شیرین نشاط‎‎; in persiano) è nata a Qazwīn il 26 marzo 1957, piccola cittadina poco distante da Tehran

Recatasi per ragioni di studio negli Stati Uniti nel 1974, all'avvento della rivoluzione islamica in Iran vi rimane in esilio, proseguendo i suoi studi artistici all'Università di Berkeley (1979-81; 1993) e poi stabilendosi a New York.

La possibilità di ritornare in patria nel 1990 e la constatazione della sua radicale trasformazione, ne hanno profondamente influenzato la ricerca indirizzandola, prima attraverso la fotografia poi con video e cortometraggi, verso la comprensione delle complesse forze intellettuali e religiose sottese ai problemi connessi all'identità femminile e al rapporto tra i generi nella realtà islamica contemporanea.

I suoi primi lavori (Women of Allah, 1993-97) sono fotografie in bianco e nero di donne velate, primi piani di parti del corpo femminile (volti, mani, piedi), sulle quali N. sovrascrive versi di poetesse iraniane contemporanee, come F. Farrukhzād, che mettono in discussione le qualità stereotipe associate alle donne musulmane.

Nella successiva trilogia di installazioni video sono raccontate storie, affidate quasi esclusivamente alla coreografia delle immagini e alla musica (per la quale si è avvalsa della collaborazione di S. Deyhim), che rende più intensi gli stati emozionali.

In Turbulent (1998) il racconto trae ispirazione dalla legge iraniana che proibisce alla donna di cantare in pubblico; Rapture (1999) tratta della separazione dei generi, contrapponendo un gruppo di uomini, che eseguono rituali apparentemente assurdi in una fortezza, e un gruppo di donne che vagano in un deserto fino a giungere alla spiaggia sotto la fortezza e spingono una barca in mare, strumento del loro destino, forse di morte, forse di libertà; Fervor (2000) analizza il rapporto amoroso tra un uomo e una donna.

Soliloquy (1999), è dedicato ad una donna musulmana che è in costante compromesso tra Oriente e Occidente, tra esigenze della tradizione e del mondo di oggi.

Passage (2001) è un cortometraggio a colori girato in Marocco, con la musica di P. Glass, ambientato nel deserto, incentrato sulla morte e sul lamento.

Pulse (2001) è in bianco e nero e ambientato in un interno: una donna ascolta la musica emessa da una radio accordando la sua voce al canto della voce maschile; i versi di Rūmī, la musica di S. Deyhim raggiungono effetti d'intensa sensualità.

Dopo numerosi cortometraggi, come Passage (2002), The last world (2003), Mahdokht (2004) e Zarin (2005), l'affermazione come regista arriva con l'analisi dei destini convergenti di quattro donne sullo sfondo della rivoluzione islamica di Zanan-e-bedun-e mardan (Women without men, 2009), Leone d'argento alla 66° Mostra del cinema di Venezia.

La sua opera ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra i quali si ricordano il primo premio internazionale alla Biennale di Venezia del 1999, il gran premio alla Biennale di Kwangju nel 2000 e il Lillian Gish Prize ricevuto a New York nel 2006.

Un post condiviso da Antoine Zucchet ??x 3 (@antoinezucchet) in data: 19 Apr 2017 alle ore 02:12 PDT

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